Il conte Guidi stava per mettersi all'opera, quando giunsero il signor Cesare Gonzaga e il cavaliere Arrigo Valenti. Lascio pensare a voi come fosse contento quest'ultimo, di trovarsi faccia a faccia con la signora di Castelbianco.

— Perdio! — mormorò egli all'orecchio dello zio. — La prima ispirazione era la buona. Non avrei dovuto venire.

— Che diavolo dici tu ora? — rispose il Gonzaga. — Guaio per guaio, meglio incontrarla qui, fra tanta gente, che altrove, a quattr'occhi. Sta saldo, ragazzo, e mostrati cortese, mi raccomando. —

Egli stesso sarebbe corso ad ossequiare la signora contessa. Ma prima, poichè gliene veniva il destro, volle chiedere certe notizie ad Andrea, che per il momento non aveva nessuno alle costole.

— Ebbene, hai parlato alla nostra cara Gabriella?

— Sì, oggi stesso. Ma che debbo io dirti? Per ora non sa risolversi.

— Ahi! — esclamò il Gonzaga. — In questi casi una proroga vale quanto un rifiuto. —

A questa interpretazione il Manfredi non seppe rispondere nè per sì, nè per no.

— Cesare mio, — diss'egli invece, stringendo affettuosamente il braccio dell'amico, — se tu sapessi come io ne sono afflitto! Vorrei vederti contento, ed anche contro un certo dovere che la prudenza di padre mi potrebbe comandare. Perchè, infine, tuo nipote, mentre desidera tanto questo matrimonio, ha qualche legame... che dovrebbe trattenerlo.

— Saranno chiacchiere di scioperati. Chi te le ha riferite?