— Sì, ma ci crede anche meno di me, che, per dirti il vero, son rimasto un pochino sconcertato, e più per la persona indicata, che non per la cosa in sè stessa.

— Ah, meno male; — disse Cesare; — Gabriella non crede. Ma la ragione per cui non sa risolversi?...

— In verità, non saprei dirtela. È tutta in un suo particolar modo di pensare. Del resto, io ti ho dato licenza d'interrogarla; parlane a lei.

— Domani, se qualche altro guaio non viene a guastarmi la giornata, vengo sicuramente da te. Non voglio a nessun costo aver perduta ogni speranza.

— E non lo vorrei neppur io. Non già per tuo nipote, che a parer mio ha bisogno di correggersi in molte cose, ma per te che amo tanto. Se questo matrimonio non si fa, lo prevedo benissimo, tu fuggi da Roma ed io ti perdo per sempre. Capirai che questo non mi convenga punto, dopo trent'anni di lontananza.

— Tu sei buono, Andrea! — disse il Gonzaga commosso. — Ed io certamente non farò colpa a te di un rifiuto, che distruggerebbe tutte le mie più care speranze. Ma è certo del pari che non rimarrei a Roma un giorno di più. —

La contessa Giovanna si avvicinava, e i due amici troncarono subitamente il discorso, disponendosi con viso lieto a riceverla.

— Di che stanno parlando con tanto calore? — domandò la contessa. — Di politica, m'immagino. È la nostra capitale nemica, la politica.

— No, contessa; — rispose il Manfredi. — Proprio in questo momento parlavamo di gioventù. E questa è nemica nostra, perchè da troppo tempo ci ha abbandonato. Cioè, dico male, ha abbandonato me, non il mio amico Gonzaga, che è sempre un fior di giovanotto.

— Lo pensavo per l'appunto, guardandolo; — ripigliò la contessa. — Ma non glielo dirò, perchè sono in collera con lui.