— Ah sì, vorresti anche imparare la storia antica, briccone? —
Una scampanellata all'uscio di casa mozzò le parole in bocca a Pico della Mirandola, che già stava per rispondere alla celia del Gonzaga, e fu invece costretto a correre in anticamera.
Il vecchio riprese la sua rassegna, ma questa volta con animo mutato e intieramente propenso all'ottimismo. Ottocento mila lire! Fors'anche un milione e mezzo! Che si canzona?
Poco stante, entrava nello studio un nuovo personaggio. Era un uomo non vecchio, nè giovane, e aveva una di quelle facce asciutte a cui dareste trenta o quarant'anni, magari venticinque, o cinquanta, tanto è difficile raccapezzarsi, tra la barba fitta di color ferrigno e la poca carne che apparisce alla vista. L'aspetto poi era severo, quasi triste; gli abiti signorili, l'aria disinvolta, il passo franco dinotavano l'amico di casa.
— Credo che si stia vestendo, perchè è tornato dianzi dalla sua cavalcata; — gli aveva detto il servitore, pronto alle invenzioni, e senza darsi pensiero della versione più esatta che s'era creduto in obbligo di confidare allo zio del padrone. — Se vuole aspettarlo qui, c'è anche suo zio, il signor marchese Gonzaga. —
Il nuovo venuto si avanzò con molta premura, appena ebbe udito quel nome.
— Oh, fortunatissimo di fare la sua conoscenza, e di presentare i miei rispetti, — soggiunse. — Arrigo, da parecchi giorni, non fa che parlare di lei.
— Ottimo cuore; — mormorò il vecchio, inchinandosi.
— Ah sì, cuor d'oro! — rispose quell'altro. — E l'ama molto, creda; io, che passo le intere giornate con lui, ne so qualche cosa. Ed anche da tre giorni lo aspettava a Roma.
— Sì, lo so; — rispose Gonzaga. — Il suo Happy me lo stava dicendo per l'appunto, prima che ella giungesse.