— C'è ancora qualche cosa, lì dentro; — pensò lo zio Cesare, che già aveva incominciato a scandalizzarsi, fiutando l'egoista.

E rifacendosi la bocca in quella chiusa più garbata, rispose:

— Sì, per l'appunto, che cosa volevi da me? Se non ti occorrono consigli di saviezza e non hai bisogno ch'io paghi i tuoi debiti, in che altro può esserti utile uno zio? fammi il piacere di dirmelo.

— Ecco, in poche parole ti spiego ogni cosa; — replicò il giovinotto.

Ma proprio in quel punto, un'altra scampanellata all'uscio di casa ruppe il filo del discorso di Arrigo.

— Diamine! — esclamò lo zio Cesare. — Ecco un altro importuno.

La maliziosa figura di Happy comparve poco stante sul limitare.

— Il signor conte Morati di Castelbianco; — disse il servitore, tirandosi da un lato.

Arrigo si era prontamente alzato.

— Perdonami, zio; — diss'egli inquieto; — proseguiremo il nostro discorso più tardi.