— E non parlo per voi, moralizzo in genere; — rispose il conte. — Ma io, ora, vi faccio perdere un tempo prezioso, e dimentico di avere anch'io qualche cosa da fare. A rivederci tra un'ora, mia dolce amica, e non vi adirate con la mia esperienza. Quando saremo vecchi, ci servirà. —
Vispo come un ramarro, saltellante come una cutrettola, il ritinto Alcibiade se ne andò a prendere una boccata d'aria, non senza l'intenzione di dare una scorsa al suo circolo. La contessa si ritirò nelle sue camere per abbigliarsi. Mai, come quella sera, Giovanna di Castelbianco aveva avuto così poca voglia di mettersi in abito di ricevimento. Piuttosto, ne aveva molta di piangere; e non poteva, pur troppo, perchè la cameriera doveva venire a vestirla, e una padrona di casa, giovane e bella, non ha da farsi vedere mai con gli occhi rossi dalla sua gente di servizio.
La contessa Giovanna era pur da compiangere. I suoi ricevimenti, le sue feste, l'avevano gradevolmente occupata da principio, mettendo un po' d'allegrezza nei primi anni di un matrimonio malaugurato. La donna è così lieta di brillare, che per un tratto dimentica perfino di non esser felice. Ma l'uso, ahimè, toglie il pregio alle cose; si acquista l'abito della società, e i balli e i lieti ritrovi non hanno più quell'attrattiva che li faceva tanto desiderare dapprima. Sebbene, diciamolo, in quella scuola ristretta e geniale del mondo, quanto meno si gode lo spettacolo superficiale, tanto più s'incomincia ad osservare molte cose non vedute, o troppo leggermente, in principio, e si paragona, e si giudica, non sempre a proprio vantaggio, in mezzo a tanti esempi di colpe fortunate, di gioie effimere, ma non meno gradite, e di ebbrezze profonde. Crediamo così volentieri alla felicità degli altri, quando non ce n'è ombra per noi! Allora una povera donna, piena di sentimento e turbata da vaghe sollecitudini che nessun rimorso è ancora venuto a condannare, incomincia, senza volerlo, a cercare per sè. La cosa non è neanche difficile, poichè è lei la cercata, è lei la desiderata, e le tentazioni, sotto la veste dell'ammirazione, dell'omaggio, della preghiera, volano a lei come uno sciame d'amorini.
Fra i molti che la circondano e le dicono tante cose, anche quando non dicono nulla, c'è il prode capitano, che ha deposte le armi, terror dei nemici, per segnare il suo nome nel taccuino dalla guardia di madreperla; c'è il brillante gentiluomo, che alterna maravigliosamente i trionfi di salotto coi meets, il turf e lo sport; c'è l'uomo illustre ed ammirato, che sa interrompere una pagina destinata ai posteri, per iscrivere un madrigale sull'angolo d'un ventaglio; c'è il cavaliere pensoso, e sopra tutti pericoloso, che, mostrando di non saper nulla di nulla, accenna di esser disposto a commettere ogni pazzia; c'è, infine, il buono e compiacente giovanotto, che ambisce gli uffici del servitore, non aspettando altra ricompensa che il titolo d'amico, e lascia intorno a sè un profumo di modestia, che può farlo ricercare, in un momento di poetica tenerezza, come si ricerca all'odore la violetta de' campi. E che gioia, quando si crede di aver trovato! Che turbamento ai primi incontri, che battiti di cuore, che angosce, che contrasti dolorosi e cari! Ma la passione prorompe; non si resiste alla piena, e giova dar colpa di ogni cosa al destino; poi, quando si è travolti, avviene come in fondo a certe cascate della favola, che sotto allo scroscio vorticoso delle acque irrompenti nascondono un laghetto tranquillo, angolo riposto e felice, illuminato di miti trasparenze, non offeso dai raggi del sole, in cui si dimentica volentieri e si confida di essere dimenticati dal mondo. Vita, son queste le tue oasi verdeggianti. Ognuno reca ai primi incontri le sue doti migliori, la bontà serena, la grazia ingenua, la delicatezza squisita, la generosità commovente, infine, che vi dirò? l'anima vestita a festa. Ma non è festa ogni giorno: e giungono pur troppo, seguaci non prevedute ma certe, le ore della stanchezza, in cui la finzione si tradisce e l'inganno si scopre. Maschere geniali, addio; la commedia è finita. E v'hanno cuori che non si spezzano, alla triste scoperta, che non disperano, che cercano ancora, errando di delusione in delusione; tanta è la sete del vero! Ma, allora miei poveri cuori! A correrne parecchie, di queste prove dolorose, come giungerete laceri, irriconoscibili, o miei poveri cuori, alla meta!
Il cuore di Giovanna, non pervertito, nè sciocco, rifuggiva da queste ricerche. La povera donna aveva creduto ed errato; non voleva ricominciare. In verità, era così misero l'uomo, e così brutto il pericolo! Turbata da vaghe paure, agitata dai rimorsi, voleva finirla, e in un impeto di sincerità dolorosa lo aveva già detto a quell'uomo. A lui toccava, a lui, di ribellarsi a quella sentenza in nome dell'amore, onnipossente quando è vero. Ma poteva Arrigo Valenti far ciò? Aveva egli trovata una di quelle frasi che escono dal profondo del cuore, e possono, se non mutar nome alla colpa, nobilitarla almeno e renderla cara come una eccelsa sventura? No, non l'aveva trovata: aveva detto: intendo, sì, avete ragione, fummo pazzi. E non una lagrima, il vile, non una lagrima, che temperasse quelle acerbe parole! Ah, povera donna! Un giorno, forse, a quell'angoscia sarebbe sottentrata la calma, e con la calma il pensiero di una vita nuova. Quante belle cose, nel mondo, senza le febbri della passione per l'essere immeritevole! L'arte, per esempio, a lei così cara! Infine, per qualche alta cagione passiamo noi pellegrini su questa terra, che la medesima povertà delle nostre cognizioni davanti all'infinito visibile ci ammonisce non esser altro che una via. E perchè, intanto, sacrificare ad una fermata, ad un errore, ad un rimorso, tutte le sublimi curiosità del viaggio? Quanta gente non vive, e felice, senza le febbri maledette? Passare nella gioventù belle e superbe, col cuore aperto a tutte le nobili commozioni, a tutti i confessabili amori, guardando con serena alterezza dintorno a sè, non costrette a temere lo sguardo indiscreto, ad arrossire davanti a un testimone volgare; accostarsi alla vecchiezza, onorate e gloriose, orgoglio ed esempio ai figliuoli, grato ricordo ai gentili compagni di vita, condanna vivente ai rotti costumi del tempo; spegnersi benedette e sacre, potendo dire con l'ultimo soffio di vita: “non vedrò là severo il volto di mia madre;„ orbene, ecco la gran meta, l'ideale, il sogno divino. La virtù, che è bella nel suo immacolato candore, il pentimento che raggia a lei con intelletto d'amore, ecco i conforti, le gioie, il viatico dell'esistenza; il resto è nulla.
Ottime ragioni, o lettori. Speriamo che la contessa Giovanna le trovi più tardi da sè. Per oggi ella è triste, ferita nel suo amor proprio, punita nella sua vergogna. Ha dovuto tremare; ha dovuto mentire; e per chi? La bella dama è vestita di tutto punto, per recitare la sua parte. È l'ora di metter la maschera, ed ella con uno sforzo supremo ci riesce. È lo sforzo della necessità. Intanto, nelle sale di ricevimento si è lavorato alacremente; i candelabri, i doppieri, i lampadarii si accendono, e per lunga fila d'immagini si ripetono fiammelle, canestri di fiori, e quadri e bronzi dorati, su tutte le vaste specchiere. Ogni cosa è all'ordine, e il maggiordomo ne ha recato l'annunzio alla padrona di casa. Ora non mancano che i convitati, ed è naturale che manchino, poichè non sono ancora le nove. Ma ecco qualcheduno in anticamera. È troppo presto, per la folla; non può esser che lei, la giovane amica, il fiore appena sbocciato, Gabriella Manfredi.
V.
Snella di forme ed aggraziata nella sua giusta statura, bianca di neve la carnagione, il viso aperto, risolutamente modellato, ma di contorni finamente accarezzati, Gabriella Manfredi prometteva a diciott'anni una rigogliosa maturità di bellezza, ed era già, fin d'allora, un miracolo di leggiadria, di freschezza giovanile. La fronte, nitida e breve, era nascosta a mezzo da due ciocche increspate dei suoi capegli neri, che, raccogliendosi dietro agli orecchi piccini, scendevano in abbondante cascata di riccioli lungo il collo giunonio. Gli occhi grandi, profondi, color di zaffiro cupo, splendevano di luccicori cristallini di sotto agli archi prominenti delle sopracciglia nerissime. Ampia era la guancia e piena; il naso diritto, sporgente alla radice, risentito nel classico disegno delle nari; le labbra belle e carnose; il superiore alquanto più tumido, che, rialzandosi col sorriso, rosseggiava vivace sulla bianchezza luminosa dei denti; il mento, ovale e rilevato, completava degnamente quel tipo maraviglioso di bellezza greca, con tocchi più vigorosi di sentimento romano. Non fiori tra i capegli, o nel timido scollo del seno: era lei, lo sapete, il fiore appena sbocciato. Vestita di bianco e di nero, quasi per naturale richiamo alle due note caratteristiche di colore della sua bellissima figura, portava al collo, per unico ornamento, un sottil vezzo di perle. A vederla, quando volgeva da un lato la magnifica testa, nobilmente rilevata in arco al sommo della cervice, ricordava l'atteggiamento statuario di Diana, che par muovere il capo ai rumori della selva, mentre leva la mano all'omero, dove stanno raccolte le frecce infallibili. E forse accresceva l'illusione quel suo aspetto sereno, ma non senza indizi di osservazione precoce, di testolina forte, come sono generalmente le ragazze rimaste per tempo senza madre e costrette a studiar molto da sè, timide ancora nel soave candore della beata adolescenza, ma già salde di tempera ed agguerrite oltre l'età.
Tale era, nello splendore dei suoi diciott'anni, Gabriella Manfredi. L'accompagnava il senatore suo padre, e veniva con essi il conte di Castelbianco, ritornato allora, e miracolosamente a tempo da quel suo “eterno circolo.„
Giovanna accolse la fanciulla tra le sue braccia, e la baciò sulla fronte. Quel bacio all'innocenza la rianimò; le parve per un istante di non aver più nulla, e le fiorì sulle labbra il più lieto sorriso; poi stese la mano al senatore, in atto di saluto e di ringraziamento ad un tempo.