— Eh? — ripigliò il giovanotto. — Un triste presentimento mi dice che potrei esser cacciato molto lontano.

— Perchè?

— Perchè, — rispose egli, sospirando, — io non sono, come vorrei, un principe orientale, un personaggio delle Mille e una notte, un Sindbad, un Aladino, un Arun el Rascid.

— Non so chi siano tutti questi signori, perchè non ho letto il libro; — replicò freddamente Gabriella, che aveva capita l'allusione, — ma mi pare che ella voglia essere troppe persone ad un tempo. —

Il conte Guidi si accorse di essere andato troppo oltre, e ripigliò tutto confuso:

— Perdoni, signorina; in questo momento non so più quel che dico. —

Era ancora un bel modo di escire dal ronco; ma per quella volta non gli valse. Gabriella Manfredi, non avvezza a tanta confidenza di discorso, si chiuse nella sua severità di dea scorrucciata, e l'imprudente assalitore levò tosto l'assedio.

Due amici lo presero subito in mezzo, per chiedergli notizie di una quistione d'onore nella quale egli era mescolato come arbitro. Dovete sapere che il conte era una specie di Possevino, versatissimo in materia cavalleresca, padrino nato di tutti i duelli fatti e da farsi. Irritato com'era in quel punto, avrebbe volentieri parlato di affettar mezzo mondo e d'infilzare l'altra metà; ma la quistione di quel giorno era invece finita con un verbale ed una stretta di mano, e perciò il conte Guidi dovette restringersi a spiegare quel lieto fine, da lui stesso consigliato, poichè si trattava di due figli di famiglia e a lui non piaceva d'incorrere nello sdegno delle mamme. Così discorrendo, era giunto all'ingresso della sala di lettura, dove il conte di Castelbianco gli si avvicinò e prese parte alla conversazione cavalleresca. Prendeva parte a tutte le cose dei giovani, il giovane conte Pompeo!

Anche il Manfredi entrava da un altro lato: tirandosi dietro, ahimè, l'eterno collega, il primo seccatore del regno, che lo aveva una seconda volta agguantato. Ed altri vennero dopo loro, tra perchè c'era tregua di danze, e perchè... debbo dirvelo? Veramente mi dispiace un pochino, poichè si tratta di una cosa brutta, che accade in tutte le feste da ballo. “Era in quell'ora che volge il disìo„ dei cavalieri più galanti a piantar lì le dame; quasi altrettante Olimpie sullo scoglio, per andarsene a dare una sbirciatina alla credenza, o a far crocchio nel fumatoio. Già, gli uomini saranno sempre uomini, e, quantunque tirati a pulimento da tanti secoli (si dice da trenta, per gli Europei meridionali) faranno sempre come i selvaggi loro antenati, e dimenticheranno le donne qua e là, per starsene a parlamento, occupati a gestire e gridare. Che gusto ci trovassero gli antichi, e che gusto ci trovino i moderni selvaggi, sa Iddio. Le dame, allora, consumati a mano a mano gli ultimi argomenti di conversazione particolare, si avvedono della mancanza, assoluta o quasi assoluta, del sesso forte; vorrebbero dolersene, come di una grossa scortesia; ma tra i primi scortesi c'è il marito, il babbo, il fratello, il cugino; e allora si prende la cosa in burletta, e si fa, per proposta della dama più allegra, una levata in massa. Le belle abbandonate vanno attorno per le sale, contente di fare un po' di chiasso anche loro; e qualcheduna più ardita, penetrando nel fumatoio, non dubita, ad onta della sua abbigliatura di raso color crema, o di stoffa argentata, non dubita, dico, di prendere una spagnoletta e di fumare, non già come un Mongibello, che sarebbe troppo, ma come un grazioso vulcanetto delle isole Lipari.

— In fondo, hai fatto bene; — diceva il conte di Castelbianco al conte Guidi. — Erano due ragazzi; e se per caso si facevano male, che strilli!