— Proprio, in genere? — disse il Guidi.

— Numero e caso; — rispose il Gonzaga. — È la mia opinione, e, rispettando l'altrui, dico sinceramente la mia.

— E neanche vorrà tener conto del coraggio che ci vuole, per commetterla?

— Il coraggio mi piace, ma quando non sia usato malamente, nè a sfogo di privati rancori, nè a mostra di vanità.

— Il giudizio è molto severo; — notò il Guidi, con amarezza. — E la guerra? Che altro è la guerra, se non lo sfogo e la mostra di una somma di rancori e di vanità?

— Ella, mi perdoni, rimpicciolisce la guerra; — rispose imperturbato il Gonzaga. — Non c'è più vanità, nè rancori, quando si combatte per l'onore del proprio paese e per il trionfo di una nobile causa.

— Ah, perdonami, zio! — entrò a dire il Valenti. — M'inscrivo per parlar contro la guerra. È un controsenso, che il progresso ha oramai condannato; senza contare che le industrie ne soffrono.

— Che argomenti, cavaliere! — esclamò la signora Robusti.

— Ma sai, Arrigo, — disse a sua volta il conte Pompeo, — che tu affoghi nella prosa? Ti farai odiar dalle dame, che sono già in molte a sentirti.

— Ah, sì, — rispose Arrigo, spronato anzi che rattenuto da quel mezzo rimprovero, — un tempo... era assai poetica, la guerra. In primo luogo la partenza, con la sciarpa trapunta, e i colori della dama sul cimiero; da ultimo, il ritorno, con un occhio di meno.