Tardi si avvide Galeotto dell'inganno, ma non volle altrimenti si dicesse avergli ciò fatto perdere il tempo, e fresco ancora di quelle sue domestiche allegrezze guidò il fiore de' suoi a sloggiare il nemico da Gorra. E cotesto gli venne fatto di colta, poichè i genovesi non erano ancora in numero bastante lassù, nè avevano avuto modo di rafforzarvisi, con una delle solite bastite. È per altro da dirsi che non patissero troppo di quella perdita, poichè dagli abbandonati gioghi di Gorra e di Gottafrigia dilagavano facilmente a Giustenice, luogo assai più occidentale di Gorra, da essi posseduto ab antico e recentemente da essi accennato come appiglio di guerra nelle loro ambascierie al Finaro.
Accorse a difendere la rocca di Giustenice l'animoso Giovanni, fratello di Galeotto, con centocinquanta finarini. Erano seco lui, Giacomo, figliuol di Oddonino, e l'Antonio, che abbiamo già veduto rendere Castelfranco. I lettori superstiziosi avranno per malaugurio a Giustenice la presenza di questo cavaliere sventurato. Difatti, poco resse il luogo agli assalti, e dopo tre giorni di combattimenti continui, in uno de' quali morì d'un colpo di balestra Beltramino da Riva, condottiero di lancie nell'esercito dei genovesi, questi penetrarono nella terra, e per una via coperta, che la repubblica aveva fatta ne' primi tempi del suo dominio colà, si avvicinarono tanto al castello, da atterrarne impunemente il primo muro di cinta. Ne trovarono per altro un secondo, di più recente costruzione, più saldo e più acconcio a difendere; laonde messer Pietro, per non aversi a trattenere di soverchio davanti a quella bicocca, comandò di far inoltrare un paio di bombarde.
E qui si fece onore, come potete immaginarvi, il nostro Picchiasodo. Uno solo de' suoi colpi, mandando in rovina un pezzo di volta, uccise nel castello quattordici uomini e parecchi altri ne ferì sconciamente.
Intanto messer Pietro, avuta sotto le mani la maggior parte dell'esercito, ritornava su Gorra e, respinto il suo avversario, vi si piantava più saldo che mai. Dolse del fatto a quei di Giustenice che fino allora aveano sperato soccorsi, e che da due giorni, difettando di pane, dovevano cibarsi di crusca. La quale eziandio venendo a mancare, si arresero il 12 di aprile, e tosto, sotto buona scorta, furono condotti alla Pietra e imbarcati per alla volta di Savona. Pochi giorni di poi, una galera li portò fino a Genova, ove il doge Giano Fregoso li voleva prigionieri per quindici giorni almeno; così annullando i patti della resa, secondo i quali la valorosa schiera avrebbe dovuto esser posta in libertà, con che promettesse di non impugnare più oltre le armi contro Genova, per quanto tempo durasse la guerra.
Colà, veduto il doge e uditone amare parole, a cui fieramente rispose, Giovanni Del Carretto fu chiuso cogli altri nelle carceri Grimaldine; donde passò con Giacomo suo cugino a meno squallida prigionia nel castello di Lerici. Lo sventurato Antonio e il resto dei difensori di Giustenice rimasero prigioni in Genova; e per gli uni e per gli altri non furono quindici dì, ma dieciotto mesi di carcere. Non bella cosa da parte di Giano; ma i tempi erano tali da consentirne di simiglianti, e di peggiori per giunta.
CAPITOLO XI.
Dove è detto del Maso, ragazzo, come cangiasse stato e quante volte padrone.
Domando una grazia ai lettori; ed è quella di ricordarsi d'un personaggio umilissimo, apparso nei primi capitoli di questo racconto, del Maso, a farla breve, del ragazzo che servì i due forastieri all'osteria dell'Altino.
Ragazzo, servo adoperato a vili esercizii, come a dire stalliere, guattero, o giù di lì; questo avea fatto di lui mastro Bernardo, l'ostiere, dopo averlo raccattato per via, alla guisa dei trovatelli, e tirato su a scapellotti; ma le sorti della patria, condotte allo stremo, ne avean fatto un soldato. A malincorpo, se vogliamo; imperocchè, qual è il negozio di qualche importanza che non si cominci a farlo così? Ve n'ha che piacciono maledettamente, e cionondimeno l'incignarli è stato un guaio de' grossi; testimone il gusto matto che io provo adesso a ragionare coi popoli, dopo averci fatto il viso; che, a dir vero, non fu la fatica d'un giorno.
Per altro, in quella guisa che mettendosi a tavola suol venir l'appetito, la necessità aveva portato la consuetudine, e la consuetudine un certo gusto alla vita soldatesca, in quel miscuglio di balordaggine e di malizia che era il ragazzo dell'Altino. Già, egli bisogna dire a sua scusa, che balordo lo avea reso il padrone, non gli lasciando mai pace e rimeritando alla cieca con pan buffetto e cacio scapezzone ogni bella e brutta cosa ch'egli dicesse, o facesse. Triste vita pel Maso, sentirsi a trillare nel capo la sua vivace natura, e doverla respingere nel più profondo del cuore! Aveva voglia di saltare per la casa e doveva star cheto per la paura di qualche soprammano; era mogio e doveva saltare in fretta, per cansarsi da un sottonsù che gli era scoccato senza preamboli. Se ne ricattava con certi suoi lazzi, smorfie e marachelle degne d'una bertuccia, di cui spesso recitava il paternostro in qualche angolo della casa, quando avveniva che i saluti del burbero padrone fossero giunti al loro ricapito.