—Capisco, sì, capisco che siete agli sgoccioli.

—Oh questo poi! Messere Antonello, mio padrone, dice che il Borgo, senz'altri aiuti di vettovaglie, può tener fermo ancora sei mesi.

—Sì, sì, dagli retta! Noi ci abbiamo intorno a ciò ben altri ragguagli. Ma basti; tu hai fame e sete, tu; ed io, vedi, quantunque da noi si abbia avuto cura di asciolvere, la fame l'ho ancora sui denti e la sete l'ho sempre. Gli è un vizio che m'hanno lasciato i vaiuoli.—

Con queste celie amichevoli, Anselmo Campora si era mosso di là, per andare verso l'alloggiamento. Quella mattina la sua orchestra aveva fatto buona prova e messer Pietro Fregoso doveva esser contento di lui; frattanto il buon Picchiasodo se ne rallegrava da sè. La qual cosa era naturalissima, ed io la raccomando, sull'esempio di lui, a tutti i lettori; imperocchè l'esser contenti di noi medesimi è già un buon punto per aspettare che gli altri lo siano del pari, o per passarcene bravamente, se gli altri ci stanno sul tirato, come il più delle volte interviene.

Aggiungete che l'allegria fa buon sangue e ci aiuta a veder tutto bene, quello che è stato fatto dalla provvidenza, o dal caso. Però argomentate come al Picchiasodo godesse l'animo di aver tra' piedi il Maso e di fargli servizio. La vista di quel poveraccio gli ricordava l'Altino, il teatro di una tra le sue più allegre bevute. Se gli fosse capitato anche mastro Bernardo, che festa! di certo lo avrebbe abbracciato.

L'alloggiamento del Picchiasodo, distante una balestrata dal fosso, era, come si può argomentar di leggieri, una baracca e niente di più, cioè a dire una capanna fatta con assi e coperta di frasche, breve fatica de' suoi bombardieri, a mala pena erano calati a piantare le artiglierie nella bastita di Pertica.

Non c'era che una camera, ma questa abbastanza capace. Il letto (se letto può dirsi una cuccia di strame con suvvi una coperta di lana) si vedeva in un angolo, e un lungo spadone appiccato alla parete vi raffigurava indegnamente l'olivo pasquale. Tutto intorno fiaschi e stoviglie, una rozza panca ed una rozza tavola, dinotavano che Anselmo Campora non si raccoglieva in quel suo romitaggio per recitar paternostri.

Giunti appena colà, il Maso ebbe le nari soavemente vellicate da un odor di stufato, che dovea rosolarsi a lento fuoco in una cucina posticcia, dietro la baracca del suo ospite. Nè meno grato gli giunse un altro odore di basilico, aglio, maggiorana e cacio pestati insieme; stillato, elettuario, nettare, ambrosia e tutto quel meglio che vorrete, donde ogni naso ligustico fiuta le dolci impromesse di una minestra maritata. E non mi faccian niffolo le signore lettrici, se per avventura questo racconto ne ha; imperocchè tutto è buono, anche una minestra maritata, e sto per dire anche per la bocca più leggiadra, purchè capiti a tempo.

—Che te ne pare, eh?—dimandò il Picchiasodo, notando l'aria di beatitudine che si diffondeva sulla faccia del Maso.—Non ti poteva per avventura andar peggio?

—Ah, non me ne fate ricordare!—esclamò il Maso, pensando al Tanaglino.—Questa è grazia di Dio, cucinata dal generalissimo dei cuochi.