—Che! nemmen per sogno. Tu mi conosci, nipotina. Sono un po' chiacchierone, l'ho detto, ma nelle cose di meno importanza. Qui poi, acqua in bocca!

—Sì, dunque, andate. Io corro dal padrone.—

Con queste parole fu congedato mastro Bernardo, che uscì poco stante dal castello, scavalcato a sua volta dalla Gilda, com'egli avea scavalcato il Maso, e senza capire una maledetta dei disegni della sua bella nipote.

La quale, poichè fu partito lo zio, non si mosse altrimenti dalla sua camera. Muta, immobile, attonita, come chi, per malvagità di possenti e implacati nemici, o per cieco volere del caso, si veda di balzo gettato nel fondo di ogni miseria e sappia pur troppo che ogni scampo gli è chiuso, la misera donna rimase là, contro la finestra della sua camera, a cui s'era affacciata per veder scendere lo zio giù dai tortuosi sentieri del castello. Rimase là, coi gomiti appoggiati sul davanzale di pietra, il volto nelle palme, gli occhi torbidi e fisi di rincontro a sè, sulla roccia dell'Aurera, salutata allora dagli ultimi raggi pallidi d'un sole di febbraio, non curando il freddo rovaio che già cominciava a soffiare dalle gole di Rialto, addensando in aria negri e minacciosi drappelli di nuvole.

Niente guardava la Gilda, di niente si avvedeva, niente sentiva da fuori; le forze tutte dell'anima sua s'erano concentrate in un pensiero, l'infamia di Giacomo Pico. Imperocchè, ella avea pure inteso il disegno di lui, per mezzo ai pochi cenni recati da suo zio. Il colpo che si tentava era di dare il castello in mano ai nemici, d'impadronirsi di madonna Nicolosina, di uccidere il Cascherano. Quest'ultima parte del disegno di Giacomo Pico doveva andargli fallita, poichè il conte di Osasco, quel giorno medesimo era disceso nel Borgo, per custodire co' suoi uomini la porta di san Biagio; ma questa assenza non tornava forse a vantaggio del Bardineto, caso mai gli venisse fatto di penetrare nel castello in compagnia dei nemici?

Vitupero! Ed ella lo amava, quel traditore! E s'era data a lui, col più sublime sagrifizio dalla sua alterezza, nel più generoso oblìo d'una offesa recente! Ah, come s'era egli mostrato degno di quel magnanimo affetto! E non era piuttosto meritevole di mille morti? Non si doveva punirlo, avvisando i difensori del castello e cogliendolo al laccio che egli stesso avea teso?

Sì, questo era il meglio; ma questo potea fare ogni altra donna, non Gilda. Avrebbe ella venduto in tal guisa l'uomo a cui la legava il più soave, o il più doloroso, ma certamente il più intimo dei vincoli? Imperocchè, forse, tra breve ella non avrebbe potuto nasconder più oltre lo stato suo. Egli, ancora il giorno addietro, la aveva promesso, giurato, di condurla seco, a guerra finita. E poichè il tempo stringeva, e l'assedio accennava a durare un bel pezzo, la congiura di Giacomo non poteva essere un modo da lui immaginato per farla finita d'un colpo?

Queste erano vane speranze, illusioni, chimere; lo sentiva anche lei. Ma allora, qual vendetta efficace e condegna a tanta viltà sarebbe mai stata quella di avvisare il marchese? Essa, essa, dovea vendicarsi, non altri; essa, in quella casa, e per quella casa giunta a tale di miseria o di vergogna oramai!

Tra queste incertezze, tra queste contraddizioni d'uno spirito abbattuto, giunse rapidamente la notte. Le scolte si ricambiarono per la prima volta il grido di vigilanza dalle loro beltresche, e quelle grida si udivano al castello fioche e interrotte, come che di voci lontane, tanto le soverchiava la furia del vento. Era una notte minacciosa; il mare mugghiava al lido, il tuono rumoreggiava nella gole dei monti.

Madonna Nicolosina, all'ora consueta delle altre sere, si ritirò nelle sue stanze. La Gilda, come portava l'ufficio, era andata a servirla nel suo spogliatoio, ma più rigida e più taciturna a gran pezza che le altre volte non fosse stata colla sua giovin signora.