Era quello il pugnale che, il giorno della sua caduta, la povera Gilda aveva strappato di pugno a Giacomo Pico.

Si voltò in soprassalto il ferito, sentendo il freddo acuto della lama penetrargli nelle viscere. Voleva piombare su lei, e le sue mani si spiccarono dall'uscio che avea ceduto in quel momento a' suoi sforzi. Ma non gli venne fatto; e neppure gli bastò l'animo per sostenere lo sguardo iracondo di quella Nemesi vendicatrice.

Rimase attonito; mille pensieri, mille immagini confuse gli traversarono la mente. Il triste dramma della sua vita gli lampeggiò nello sguardo, in quello sguardo così fiero da prima, e in ultimo così raumiliato.

Sentì allora venir meno le forze. Con moto istintivo le mani si stesero, per aggrapparsi al catenaccio, da cui si erano un istante spiccate. Ma non fece più in tempo e cadde sulle ginocchia.

La Gilda buttò il pugnale lungi da sè, ruppe in un grido di terrore e forsennata si gittò ai piedi di Giacomo.

—Hai fatto bene;—le disse egli con voce interrotta.—Sono un vile… tre volte vile!… Eppure non ero nato per finire così!…

—Giacomo! Ed io ti ho ucciso! gridò ella con accento disperato, strappandosi i capegli dalle tempia.

—No… hai fatto bene… ti dico.—soggiunse il morente, con voce sempre più fioca.—Vile… tre volte vile!—

Così dicendo, girò attorno gli occhi smarriti, come cercando la luce che gli sfuggiva. Mosse ancora le labbra, balbettando parole confuse; allungò le braccia quasi volesse trattenersi anche un istante tra i vivi; indi reclinò il capo sul petto e stramazzò, colle membra prosciolte, sul pavimento. Giacomo Pico era morto.

CAPITOLO XVI.