—Non già per questo;—rispose l'ostiere, con un certo sussiego.—Parliamo suppergiù la medesima lingua e si potrebbe vivere, sto per dire, da buoni fratelli, se qualche volta non ci avessero il ruzzo di spadronare in casa d'altri. Ma vedete, messeri; su quella gente là non ci si può far conto. Potevano essere, sia detto con vostra licenza, il primo popolo del mondo, stimati da per tutto e temuti la parte loro…. Ma no; con mille discordie si sono guastati il sangue, e non possono durarla tre mesi in pace con sè medesimi. Va via di lì, ci vo' star io, è la regola di tutti que' maggiorenti, che dovrebbero invece adoperarsi per la tranquillità e per la grandezza del popolo. E si bisticciano sempre, non so da quanti anni, e fanno a rubarsi il comando; oggi Adorno, domani Fregoso, posdimani Adorno da capo, sempre su e giù, si arrabbattano come fagiuoli in pentola. Erano padroni in casa loro, che non li comandava nemmeno l'imperatore; e adesso, vedete, son roba di tutti, che la è una miseria a pensarci. E ancora s'impuntano a dar molestia ai vicini; e vogliono far l'omo addosso a noi altri! Si mettano in pace tra loro, si mettano; comandi chi può e obbedisca chi deve. Che ve ne sembra, messere?
—Mi sembra che tu abbia ragioni da vendere!—rispose messer Pietro, aggrottando le ciglia.
In quella che mastro Bernardo, ringalluzzito del suo trionfo oratorio, si disponeva a meritarsene un altro, ricomparve il Maso sull'altana.
—Padrone!—gridò egli ansimante—Venite giù subito!
—Che c'è egli di nuovo?—dimandò stizzito l'ostiere.
—C'è messer Giacomino che ha mestieri di voi.
—Aspetti; or ora ci andrò.
—Ha premura;—incalzò il ragazzo,
—Se ne vada, allora; potevi dirgli che ci ho forastieri.
—Se gliel ho detto! Ma egli vi vuole ad ogni costo.