—Sia Genova, o no,—diss'egli, per chetare gli spiriti,—imperano i Fregosi colà; ad essi ci bisogna rispondere. E perchè l'esercito, che si sta radunando a Savona,—aggiunse poscia, accompagnando la frase con un cenno del capo, che voleva mostrare com'egli fosse di ogni cosa informato,—perchè l'esercito non abbia ad aspettare di soverchio il suo capitano, eccovi messer Pietro Fregoso, una pronta risposta. Cancelliere, scrivete.—
E con voce alta e sicura, in mezzo ad un silenzio solenne, il marchese Galeotto dettò la sua risposta allo scriba; rimessa in principio e tranquilla, come portava il costume, indi man mano, per lo infiammarsi a grado a grado del personaggio, più concitata ed altiera.
«Al magnifico signore Giano Fregoso, doge di Genova, salute.
«Tutto quanto mi significate nella vostra lettera, magnifico messere, io ho chiaramente inteso. Mi dolse della opinione dei Genovesi, aver io fatta poca stima della loro amicizia, che io sempre n'ho avuto grandissima, nè mai ho trascurato veruna di quelle cose per le quali ho udito e letto potersi conservare i vincoli della benevolenza tra gli Stati; nè penso essere alcuno dei vostri vicini che siasi più attentamente studiato di piacere a cotesta repubblica, perchè durasse tra noi la consuetudine dell'antica amicizia. E ciò talvolta con mio nocumento non lieve; laonde io debbo stupirmi di questa ira, che voi mi dite, dei cittadini di Genova. Vi ringrazio tuttavia che abbiate cercato di contenere e dissipare gli sdegni popolari, per istornarli dalla guerra, provvedendo in tal guisa non meno alla quiete dei Genovesi, che alla salute mia.
«Per rispondere alla lettera vostra, dirò che avrei amato meglio mi significasse pace perpetua, anzi che guerra. Si affà la pace alle mie consuetudini; alieno son io dalle guerre. Ma se infine è così statuito nei consigli degli invidiosi e nemici miei, accetto la sfida, e di grand'animo, confidando nel senno e nella potestà di quel giudice e padrone, che è splendore e difesa dei giusti e terror dei malvagi, a cui niente è nascosto. Egli invero conosce l'animo mio e gl'intendimenti vostri, e sa quanto io con virtù, quanto voi con odio vi facciate a contendere. Imperocchè io non sono, messer lo Doge, così fuori di senno, da non sapere come da lunga pezza, e innanzi voi perveniste a tal dignità, fosse stabilito d'intimar questa guerra. Conosco l'animo vostro e di tutti i vostri contro me e contro tutti i miei; ricordo con quanta moderazione e temperanza mi diportassi coi Genovesi, pur di vivere in pace continua con esso loro, e so come tutte queste cose, a mala pena entraste voi in Genova, niente abbiano giovato a mutare i vostri propositi. Che se vi pensavate esser io obbligato di alcun patto a cotesta illustra repubblica, il quale io oggi negassi di mantenere, mancavano ancora le cagioni di guerra; imperocchè io mi contentai, come mi contenterei anche oggi, che, o l'imperator de' Romani, od altro principe, o comune, o studio di giureconsulti, giudicasse della nostra querela. E nol voleste allora, e nemmeno ora il vorrete, poichè siete infiammati, inaspriti, bramosi di guerra; laonde, resta che con mani e piedi, con tutte le forze mie, di congiunti, di amici e di quanti avrò meco, difenda questa terra e il mio dritto. Facciano adunque i Genovesi come vogliono; resisterò come potrò.
«Voi frattanto, Doge Giano Fregoso, io debbo pregiare assai più che non facessi da prima, se avete pensato di me che io fossi uomo da serbar la mia fede, e m'avete indicato il giorno in cui dovessi aspettarmi la guerra; così facendo cosa dicevole ad ogni principe, e in particolar modo a voi stesso. Spero di uscirne vincitore e di potervi rimeritare, in ogni occasione, della vostra lealtà, se mai avrete mestieri dell'opera mia.
«Data dal Finaro, addì 27 di novembre, 1447.
«GALEOTTO DEL CARRETTO.»
La lettera del marchese Galeotto era nobilissima, come ognun vede, sebbene per avventura in alcuni passi ricisa ed aspra più del bisogno, e condita nel fondo di sottile ironia. Ma queste cose erano da condonarsi ad un principe, che metteva in quel punto a grave cimento la quiete sua e la sicurezza de' suoi dominii. Del resto, e il pepe e il sale di quella risposta piacquero in uguale misura a tutti i gentiluomini della sua corte, e un bisbiglio d'approvazione e certi sorrisi mal rattenuti commentarono prontamente le lodi alla lealtà di Giano, che tutti ricordavano in qual modo fosse tornato a Genova e salito ai sommi onori della repubblica.
Galeotto, così per debito dell'alto suo grado, come per atto di cortesia verso l'inviato di Genova, era rimasto in contegno. Più saldo e più chiuso di lui Messer Pietro, a cui l'uffizio di ambasciatore comandava in quella occasione il silenzio e la calma. Per altro, la torva guardatura e l'atteggiamento della persona fieramente appoggiata al pomo della spada, significavano le represse pugne dell'animo e promettevano alla corte del Finaro che ben presto la libertà del capitano si sarebbe ricattata dei silenzi sforzati del messaggero di Genova.