Arrigo aveva indovinato donde gli venisse il colpo, ma non fece motto ad alcuno di quel suo rischio notturno, contentandosi da quella sera in poi di girar largo ai canti per esser pronto ad ogni evento e non lasciarsi cogliere alla sprovveduta. In quanto a messer Gandolfo, si può argomentar di leggieri che non andasse attorno a menar vanto della disfatta.

Intanto, l'armata genovese era in assetto per prendere il mare. La partenza fu assegnata pei primi di luglio del 1097, sotto il comando di Guglielmo Embriaco. Erano dodici galere armate di tutto punto, piene di cavalieri e di arcadori, scelti tra i riputati di Liguria, e le seguiva un sandalo, nave oneraria di quei tempi. Padroni di quelle galere erano i cittadini che ho nominati più sopra, uomini prodi e navigatori esercitati nella caccia continua ai pirati, che infestavano allora il Tirreno.

Questo, come ho detto, avveniva nel 1097. Capi dei Crociati erano (lo accennerò brevemente per chi non ne avesse ricordo) Goffredo di Buglione, duca di Lorena, Baldovino ed Eustachio, fratelli di lui, Ugo fratello del re di Francia, due Roberti, l'uno figlio al re inglese e duca di Normandia, l'altro conte di Fiandra, Raimondo conte di Tolosa e Stefano conte di Bles, tutti seguiti da un numero stragrande di Tedeschi, Francesi, Inglesi, Scozzesi, Italiani. Non andarono Spagnuoli, perchè, travagliati da guerra continua coi Mori, si potea dire che avessero la Crociata in casa. Ugo, passato in Italia, aveva rappattumati i due fratelli normanni, Boemondo di Taranto e Ruggero di Puglia, in discordia tra loro pel principato di Melfi. Con essi e con Tancredi, nipote a Ruggero, partivano ventimila uomini; anch'essi gente italiana.

Giunti per vie diverse a Costantinopoli, passato il Bosforo e calati in Bitinia, i Crociati espugnavano in cinquantadue giorni la città di Nicea; donde spartivano l'esercito in due corpi, l'uno destinato a correre la Licia e la Panfilia, l'altro a penetrare in Cilicia, dove occupava Tarso, Malmistro, seguitando poi alla volta d'Antiochia, capitale della Siria, a dodici miglia dal mare, dove era il porto detto allora di San Simeone. Colà approdavano i Genovesi, mentre l'esercito si travagliava nel difficile assedio. Ma di questo a suo luogo; rifacciamoci ora al porto di Genova, dove sta l'armata, sul punto di salpare le ancore.

La sera innanzi la partenza, Arrigo fu, come di consueto, alla casa di messer Guglielmo. L'Embriaco stava a consiglio coi notabili della città presso il vescovo di Ciriaco, e non v'ebbe che Diana a ricevere Arrigo.

— Madonna, — le disse il giovane, — domani si parte.

— Lo so; — rispose Diana, chinando i suoi begli occhi a terra, per nascondere due lagrime. — Addio dunque, messere! Il cielo v'abbia in custodia, e laggiù, tra le donne di Sion, che hanno fama di tanta bellezza, non vi faccia dimenticare di me.

— Oh, non temete! — esclamò egli con accento solenne. — Voi dovete credere, madonna, che Arrigo da Carmandino vi terrà la sua fede, come credete in Dio e nella lealtà del vostro genitore. Io vi amo, Diana, come la più santa cosa che al mondo sia, e un amore cosiffatto non può affievolirsi per volger di tempo nel mio cuore, dove esso rimarrà come sacro suggello ad ogni cosa che io pensi o faccia in futuro. Io, per contro, — soggiunse egli umilmente, — so quanto poco valgo al paragone delle grazie vostre, e temo.... temo che gli occhi di Diana degli Embriaci non abbiano a cadere su altri, migliori a gran pezza di me.

— Perdonatemi, Arrigo! — ripigliò la fanciulla, dicendo assai più cogli occhi supplichevoli che non facesse colle parole. — La donna che vi ama voleva celarvi le sue lagrime e nella confusione non ha trovato miglior cosa a dirvi che una scortesia. Ma non so parlare, io, come si dovrebbe parlare ad un uomo come voi; tutto il meglio dei miei pensieri mi resta qui, dentro il cuore. Ora sappiate che qui dentro c'è pure, e ben custodita, l'alterezza del sangue d'Ido Visconte, donde scendiamo ambedue, e la figlia di Guglielmo non può amare che un prode. O come vorreste, messere, che mentre mio padre, mio zio Primo di Castello, i miei fratelli, e con essi il fiore dei cavalieri di Genova, fossero in Terra Santa a sostenere il buon nome della nostra città (la frase è vostra, messer Arrigo), io potessi volger gli occhi intorno.... o al basso, — aggiunse ella prontamente, — per guardare i rimasti? —

Diana aveva profferito queste ultime parole con molta veemenza. Era forse quella la prima volta che sotto i sembianti della fanciulla trasparisse la donna. Del resto il momento era solenne, e amore è gran maestro d'eloquenza per tutti. Anche Arrigo fu eloquente a rispondere.