Secondo i computi del vecchio Krebir, l'assenza dei cavalieri non doveva andar oltre i cinque giorni, se lo Sciarif aveva il suo campo di là dalle gole di Cades, nè oltre i sette, o gli otto alla più trista, se era andato fino alla ròcca di Kanat.

Per altro, questa seconda ipotesi, quantunque avvalorata dalle notizie dei viaggiatori di Sefat, pareva inaccettabile al savio condottiero. Lo Sciarif aveva gente molta con sè; non tanta da poter tentare alcuna impresa di rilievo, ma sempre troppa per riuscire ospite accetto ad alcuno. Anche ammettendo che il Dai al Kebir d'Occidente fosse in una certa dimestichezza con lui, non era da credere che gli Assassini volessero ospitarlo con tutti i suoi nella ròcca; testimonianza di amicizia che sarebbe stata veramente soverchia, e di confidenza che i tempi e gli usi d'allora non consentivano certamente.

I primi cinque giorni d'aspettazione passarono; lunghi, ci s'intende, ma abbastanza tranquilli, anche per l'animo del biondo scudiero, che aveva già tanto aspettato, da saper sostenere con rassegnazione quell'ultima prova.

Ma al sesto giorno, l'ansietà incominciò a mostrarsi sul volto di Abd el Rhaman; il turbamento su quello dello scudiero.

Il vecchio Krebir passava la giornata esplorando degli occhi l'orizzonte, la notte aguzzando l'orecchio a tutti i lontani rumori del deserto. Ma invano; la linea dell'orizzonte non appariva turbata dal più piccolo nembo di polvere; gli echi del deserto erano muti, e non ripetevano che il grido degli sciacalli, vaganti in busca di preda.

Triste il settimo giorno; più triste a gran pezza l'ottavo. Già lo scudiero aveva fatto la proposta di lasciare il pozzo di Rehobot per avvicinarsi alle gole di Gades e per andare anche più oltre, fino a tanto non si avessero nuove dei compagni. Ma al vecchio Krebir non parve prudente di dargli retta. A lui erano affidate le sorti della carovana; la vita del biondo compagno dipendeva dalla sua vigilanza.

Lo scudiero non fece più motto; si chiuse nel suo dolore e aspettò, non più i compagni partiti, ma la sua ultima ora; chè veramente gli pareva dovesse scoppiargli il cuore ad ogni tratto. Seduto a piè di una palma, sull'ultimo lembo dell'oasi, restava lunghe ore immobile, cogli sguardi fissi da quella parte del deserto per dove erano spariti i cavalieri. E lo struggeva il pensiero di tutti i lontani, della famiglia, della patria abbandonata, e di Arrigo, del povero Arrigo, che doveva tenergli luogo d'ogni cosa più diletta, e che forse era campato da una morte gloriosa entro le mura di Cesarea, per soccombere oscuramente in un angolo ignorato della terra di Moab. E si pentiva allora, ma tardi, si pentiva amaramente di non aver fatto prova d'una più salda volontà, quando avea detto di seguire i suoi compagni di viaggio in quell'ultima parte della difficile impresa. Che cos'erano i pericoli a cui essi andavano incontro, al paragone dell'affanno, dell'ansia mortale a cui era in preda il suo cuore?

Abd el Rhaman si provava a consolarlo; ma le sue massime orientali, impresse di un cupo fatalismo, facevano effetto contrario.

— Ci son dieci cose nel mondo, l'una più forte dell'altra; — gli diceva una volta il Krebir; — anzi tutto le montagne; poi il ferro che spiana le montagne; il fuoco che liquefà il ferro; l'acqua che spegne il fuoco; le nubi che assorbono l'acqua; il vento che scaccia le nubi; l'uomo che sfida il vento; l'ebbrezza che vince l'uomo; il sonno che dissipa l'ebbrezza; il dolore che uccide il sonno.

— Ed altre ancora; — rispose lo scudiero; — la morte che tronca il dolore; l'amore che trionfa della morte. —