—E tremava, dunque?
—Può immaginarselo, colla paura che aveva.
—Strano!—diss'ella.—Ora mi pare che tremi Lei, signor Morelli.
Capisco; forse è pel ricordo.
—Le pare? A me pare, invece, che Lei voglia ridersi un pochino di me.
Ma basta; seguitiamo.
—Qui, poi, siamo all'argine del bottaccio; riprese la signorina;—al —largo, adunque, e non c'è più bisogno di tenersi per mano.
—Infatti, è vero;—diss'io.—Lei intende le cose, signorina, e le rifà come se fosse stata presente. Ma badi, che l'argine non continua sempre così forte e così largo. C'è ora quest'altro ponticello, che cavalca lo sportello della cateratta. A questo punto fu un altro guaio. La signora non si peritava più di venire avanti da sola; nè si poteva andar tutti e due sulla medesima fronte.
—Allora?
—Allora le fu necessario aggrapparsi alla mia spalla.
—Che sciocca! che sciocca!—gridò Galatea.—Ma a questo modo si vuol egli andare in campagna? Non c'è posto per camminare, in due, qui? Ebbene, si va da soli; e se occorre si passa avanti al compagno; così. senza tante paure.—
E mandava gli atti compagni alle parole. Aveva posata la mano sinistra sulla mia spalla destra, assai leggermele, che appena l'avevo sentita, e di lancio mi era passata di fianco, per correr via davanti a me sul colmo dell'argine, toccando a mala pena il terreno con la punta dei piedi. E volli correre anch'io per raggiungerla; ma proprio in quel punto che alzavo il piede a mia volta, inciampai in qualche cosa che non avevo avvertito, e mi ritrovai di punto in bianco per aria. Ci fossi almeno rimasto; sarebbe stato un miracolo. Ma no; non ci stetti niente più del tempo necessario alla caduta dei gravi, e precipitai nel bottaccio, facendo un tonfo rumoroso nell'acqua, che era alta almeno un uomo e mezzo in quel punto.