Fatte poche altre ciance su questo tono più allegro, mi alzo, la riverisco e me ne vado, senza saper bene se andrà o non andrà a vedere il convento di Dasiana. Quanto ai tre satelliti, li saluto appena quanto basta per la decenza. E me ne torno a casa, dove butto giù le mie note. Ora poi, scriviamo a Filippo.
La lettera è fatta. Mi par utile di ricopiarla qui:
_"My Dear,
"A friend in need is a friend indeed, says the proverb. Now it happens that I have, at this moment, very great need of a friend,_ and I am resolved to make the trial…. sopra di te, mio dolce e fiero Filippo. Tu non hai niente che ti trattenga in città, salvo l'abitudine, o la pigrizia, mentre io ho bisogno qui d'un amico, an uncommon want, come lord Byron aveva bisogno di un eroe. Lascia dunque i tuoi affari inutili, e vieni a confortare l'amico tuo; il quale non ti ha scritto da tanti giorni per la semplicissima ragione che ha speso il suo tempo a commettere un certo numero di sciocchezze, e ti vorrebbe qui per dargli una mano. In altri termini, temo (senza sgomenti, però) di avere ai fianchi una piccola tribù di scioperati. Dipenderà forse da me, di causarne gli attacchi; ma se proprio dipendesse da me, non vorrei causarli davvero, e mi metterei volentieri in guerra, come Marlborough. Qui non ho persona amica, seria ed armigera quanto bisogna, a cui commetter tutto me stesso. Hai capito? Vieni dunque tu, vola, e porta per ogni buon fine una coppia di tutte le armi cavallerescamente possibili. Per dar colore alla spedizione potresti portare un arsenale di sciabole, fioretti e pistole, da esercitarci tra noi. Saresti nella tua beva, non ti pare?
"Non ti ho mai chiesto nulla; non mi ricusare la prima. Credi pure che questa volta ho somma necessità d'essere raffidato dalla tua presenza. Ti aspetto, e preceduto da un telegramma, per venirti a prendere alla stazione, ch'è un po' lontanetta da qui. Grazie, anticipate, e un amplesso spirituale per giunta.
"Il tuo "RINALDO".
Ho impostata la lettera in tempo, e più tranquillo me ne sono andato a desinare. Questa sera, passeggiando in paese, ho incontrata mezza la colonia, che ritornava dal suo eterno lawn-tennis. Si è fatto sosta all'unico ma infame caffè di Corsenna, in grazia del suo "Qui si gela" che promette alle signore la dolce voluttà del sorbetto. Poi diranno che Corsenna è un villaggio. Conosco delle città, dove si gela, sì, ma solamente e naturalmente d'inverno.
Ho potuto sapere che la contessa Quarneri non è andata a Dusiana. I tre satelliti devono esser furenti; imbronciati li vedo, ma quieti, in atto di rodere il freno. Che abbiano avuto una correzione salutare? Mi dispiacerebbe per me, che li vedrei volentieri andare in collera, specie se mi danno due giorni di tempo, tanto che arrivi il Ferri, con tutti gli omonimi suoi. Quanto a loro, se han presa la ramanzina, non hanno male che non si sian meritato, avendo smascherate le loro batterie in presenza della contessa. Mi paiono tre ragazzi, con quel loro cospirare all'aperto, in un sentiero di villa, dove tutti gli alberi hanno orecchi per udire, e bocche per riferire.
Viva la faccia delle Berti. Quelle non sentono, non vedono quasi, e non han niente da riferire a nessuno. Passano nel mondo sorridendo e sperando; beate loro, e madre bofficiona e figliuole snelle, che cresceranno in bellezza e in rotondità come lei.
La signorina Kathleen mi pare un po' sostenuta. Cara fanciulla! ma che cosa ne posso io? Se sapesse che non ci ho colpa, e che mi trovo impegnato in questo negozio per l'onor della firma! Del resto, veda un po' lei; non è mica Rinaldo Morelli, l'uomo che accompagna al Roccolo la contessa Adriana, quando ella si risolve di lasciare il caffè di Corsenna. E infine, lei stessa, la signorina Kathleen carissima, non è forse tutta fiori e baccelli colla luminosa contessa? Si direbbe anzi che da iersera le è diventata più amica che mai. Animo, dunque, la preghi un pochino, e si faccia dir tutto.