—Perchè (vedete, signora?) voi siete stata la pietra di paragone. Proprio di questi giorni, legato in apparenza al vostro carro, ho capito me stesso. E l'altro dì, quando Filippo, ritornato dal Roccolo, mi ha raccontato che gli avevate fatte tante moine, di quelle che sapete far voi, neanche una fibra si è scossa in tutto il mio essere, non un capello si è mosso. L'amico mi ha soggiunto che voi gli diceste assai bene di me, ma con certe restrizioni intorno al mio carattere; e l'unica pena che io ne ho sentita è stata quella che di restrizioni non ne aveste fatte di più. Sappiatelo bene; avevo bisogno di voi per intendere come sia maravigliosa la semplice bellezza di Galatea. Voi ci avete la fosforescenza, bellezza di lucciola, a cui è necessario il contorno dell'ombra. Non dico che non siate bella anche al sole; parlo così per necessità di compiere il paragone; intendo di dire che alla vostra bellezza è necessario l'accompagnamento delle abbigliature, delle acconciature, degli artifizi della moda. Tutto vi sta bene egualmente, lo so; ma nel fatto non siete che un magnifico figurino, anzi diciamo uno splendido modello di vimini, fatto a pennello nei suoi contorni, per uso delle modiste. Quando si è capito ciò, non occorre più altro. E si capisce in capo a tre giorni; dopo il qual termine la vostra bellezza non dice più nulla ad uno che abbia conosciuto Galatea, cioè la donna vera e la ninfa, il frutto primaticcio che ha sapore in se stesso e non dallo zucchero in cui bisogna giulebbarne tanti altri, il flore che ha una fragranza sua, senza bisogno di opoponax e di pelle di Spagna.—

Che orrore! direste. Ma io, arrivato a questo punto vorrei proseguire:

—Notate che vedo e riconosco i difetti di Galatea. Ne ha; oh se ne ha! Quella sua passione per tutti i giuochi, per tutti i divertimenti! Bisogno irrefrenabile di moto, lo capisco; ma io, se fossi padrone di quel cuore, non vorrei tanto moto, non vorrei tutto quel vivere fuori del guscio, come fa l'argonauta; vorrei meno racchette, meno remi, meno tuffi in acqua, meno balli, e un po' più di languore femmineo. Ma è così giovane! più giovane del vero. Infatti, potrà avere vent'anni d'età; e frattanto il suo pensiero ne ha quindici, con tutte le mariuolerie, le impertinenze, i dispettucci di una bambina. Ah, scellerata! non vorrei confessarlo, e l'adoro. Guai a me, contessa, se queste cose io le dicessi a voi. Ma le scrivo nel mio memoriale, un libro che apro io solo, che dovrò leggere io solo. E qui, tanto per pigliarmene una satolla, aggiungo volentieri: Long live the queen of my heart! hurrah for Galathea! Galathea for ever!

XV.

Per quei cari bambini.

27 agosto 18…

La fatica è stata molta, quest'oggi, per condurre a buon fine l'impresa, come in questi ultimi giorni per prepararla. Diceva bene iersera il commendator Matteini, mettendo gli ultimi numeri arrotolati nella gran ruota della fortuna, che il fare della beneficenza non è come sorbire un uovo fresco. Il degno uomo confessava candidamente di non aver lavorato mai tanto, nella bellezza dei trentacinque anni della sua vita ipotecaria. Anch'io, colla cura del concerto musicale, con quell'altra del prologo, e poi con cento piccole cose dell'alta direzione, sono stato occupato la parte mia; ed oggi, finalmente, alla stanchezza intellettuale si è aggiunta la stanchezza fisica, che m'ha fatto rimanere due ore a tavola, quantunque senza voglia di mangiare o di bere. Stasera ho ricusato di muovermi da casa, ed ho lasciato andar solo il mio ospite. Che uomo d'acciaio, quello! Pare, a vederlo, che sia stato a veder gli altri, mentre ha lavorato anche lui come un negro.

Consoliamoci, perchè le cose sono andate a quel dio. La sala era parata benissimo, e il divo Terenzio ha meritati davvero gli elogi di tutta la colonia villeggiante. I ritratti del re e della regina, tolti per l'occasione dalla sala dell'Asilo, sono stati appesi nel fondo del palco improvvisato, sotto un baldacchino di drappelloni rossi (due tappeti della contessa Quarneri) tra corone di quercia e festoncini di fiori. E di mazzi di fiori disposti a losanghe si abbellivano le pareti della sala, che erano tutte inverdite con frasche di castagno. Dio, quanti chiodi ci son voluti, per fissare tutta quella roba, che aveva poi da durare una mezza giornata! Non fu così facile, del resto, dissimulare la bruttezza del pavimento; ma su quello erano tante file di sedie, che quando la gente ebbe preso posto, l'ammattonato scomparve per due terzi della sua superficie; un terzo, nel mezzo della sala, era coperto dal tavolato, messo là per le prove di scherma.

Si fece porta alle dieci del mattino. Avevamo preparato cinquecento biglietti d'ingresso, a cinquanta centesimi l'uno; e s'intende che, salvo i venduti a chi ne faceva richiesta, ce ne spartivamo il grosso tra noi. Una cinquantina erano già necessarii per noi villeggianti e per la gente di casa; un centinaio furono presi dai naturali di Corsenna; il resto fu distribuito da noi, all'ultim'ora, e gratis, per fare una piena spettacolosa. I Corsennati, che stavano per istrada a guardare verso l'uscio della filanda, gradirono assai quest'atto di generosità; forse lo avrebbero gradito, mezz'ora prima, anche quelli che erano dentro, e che avevano dovuto pagare il biglietto, la più parte per onor della firma. I Corsennati son gente savia, tanto che si potrebbero dire più esattamente assennati; e pensano che se i signori vogliono fare del bene, farebbero anche meglio a farlo intiero. Nondimeno, e paganti e non paganti si son mostrati soddisfatti ad un modo, e non ci hanno lesinati gli applausi.

La banda di Dusiana aperse il fuoco, assordandoci con la più rumorosa delle sue marce guerriere. Fu applaudita a furore, e si gridò viva Dusiana; il che non è mai male tra popoli contermini, che hanno di tanto in tanto i loro piccoli screzi e dissapori. Già si voleva il bis; ma il capobanda fece un gesto che voleva dire: "abbiate fede; ci sentirete anche più del bisogno." Frattanto otteneva silenzio la contessa Quarneri, apparendo sul palco. Era diventata bianca bianca, non potendo impallidire del tutto; la rianimarono gli applausi della colonia e quelli anche più rumorosi, che seguirono, del buon popolo Corsennate. Incominciò essa allora il suo prologo, tremandole un pochino la voce ai primi versi. Io tremavo più di lei. Temevo che intaccasse; e in quella vece tirò via, forse un po' troppo veloce, ma tanto più sicura del fatto suo, quanto più correva verso la fine. Trascurò, si capisce, molte sfumature, perdè molti effetti; ma non dimenticò il suo tuono predicatorio, la sua cantilena, le sue inflessioni nasali. Niente paura, dopo tutto; si era in Corsenna, e Corsenna applaudì tutta come un uomo solo. Credo che sia volata anche qualche spalliera di seggiola. I miei Corsennati, questa volta si tramutarono in forsennati.