Ma perchè e per chi la contessa Matilde si faceva così bella, alle nove di sera? Il sullodato lettore ha già indovinato anche questo. La contessa Matilde si metteva in assetto di guerra per una festa da ballo, alla quale era stata invitata, in casa Torre Vivaldi.

Con quella gran festa i Torre Vivaldi chiudevano la loro stagione di città, pochi giorni innanzi di andare in campagna. Ora, siccome il lettore avrà ad udir molto di quella famiglia, che è già comparsa una volta nel nostro racconto, non sarà inutile che ci fermiamo un tratto a parlarne.

La famiglia Vivaldi, o, per meglio dire, quel ramo della famiglia, di cui la bella marchesa Ginevra era l'ultimo rampollo, non si dipartiva mai dalle sue consuetudini. Da parecchie generazioni era costumanza di tutti gli anni andar presto in villeggiatura e tornare tardissimo.

E i Vivaldi non avevano il torto ad osservarla fedelmente; perchè nel palazzo di Quinto era un magnifico stare, quasi meglio che nel palazzo di Genova, dove gli affreschi, le dorature, le sculture e le tele di valenti pittori d'ogni scuola, facevano sempre un viavai di forestieri, che era una molestia da non dirsi a parole, quantunque tornasse a maggior lustro della casa.

La villa di Quinto era un luogo incantato, una dimora di Alcina, con questo di meglio che la fata regina si chiamava Ginevra, e le grazie della sua persona non erano effimere come quelle della vecchia strega immaginata dal divino Ariosto. Colà era il palazzo, edificato coi disegni di Galeazzo Alessi; il giardino stupendo, piantato con gusto italiano innanzi che i forestieri ci rimpastassero e ci imbandissero come nuova la nostra invenzione; i viali ombrosi, i prati verdeggianti, il laghetto, la __Corte di amore__, e finalmente il teatro, acconcio alla recitazione di drammi pastorali e commedie villerecce, fatto con erbosi rialzi di terra, siepi di bosso e __quinte__ di alloro. Colà gli opulenti abitatori non avevano certo da rimpiangere la città, e la presenza degli amici consolava della mancanza di tutti quei visitatori, spesso molesti, che tira ai fianchi la consuetudine del vivere cittadino.

Un'altra usanza, stabilita in casa Vivaldi dalla marchesa Tullia, bisavola di Ginevra, e famosa nelle memorie nostrane per la sua stupenda bellezza e per l'ingegno che ebbe grandissimo su tutte le donne ed anco su molti uomini colti del suo tempo, era quella delle due feste da ballo.

Le sale di casa Vivaldi erano aperte ai visitatori consueti in tutte le sere di martedì; ma la gran sala, la sala massima, era illuminata soltanto due volte all'anno, la prima sul cominciare del carnevale, la seconda in primavera, e in quelle due occasioni si facevano inviti formali.

Erano quelle feste come il primo saluto e l'addio, l'__ave__ e il __vale__ della famiglia agli amici suoi e a tutte le sue aderenze cittadine. E in quella guisa che erano solenni, così attiravano tutta la nobiltà mascolina e femminile, e l'alta borghesia mascolina della città. Le signore della borghesia non erano invitate, salvo il caso che fossero nate nobili, o avessero trentasei quarti di bellezza e ricchezza, che possono ben tener luogo di stemma gentilizio.

Delle due feste da ballo di casa Vivaldi si usava parlare per tutta Genova molte settimane innanzi. Erano solennità a cui bisognava prepararsi, i mariti con un esame di borsa, le mogli con una conferenza dalla sarta. In quelle sere poi che si ballava in casa Vivaldi, i palchetti del teatro Carlo Felice erano quasi tutti deserti delle solite deità femminili. Le signore che andavano al ballo dovevano acconciarsi; quelle che non ci andavano, dovevano far credere che ci andassero. Le feste di casa Vivaldi erano eventi strepitosi; nè una gran dama, nè un giovanotto elegante, nè altra persona per la quale, potevano ignorarne impunemente i più minuti particolari.

Il marchese Antoniotto della Torre, marito della Ginevra, aveva rispettata la consuetudine della famiglia, e la considerava come un canone appiccicato a quella grossa eredità che era venuta in sue mani. Però faceva le cose da gran signore, sicchè molti vecchi dimenticavano il fasto dell'ultimo marchese Vivaldi, che pure, in quelle due solennità dell'anno, era splendido al pari de' suoi antenati.