E poi piombava in casa delle signore quando meno avrebbero voluto vederlo; e se notava due o tre volte la presenza di qualche giovanotto, egli subito con bel garbo ne toccava al marito. Non già per metter male, nè per vederne dove non ce n'era punto, chè la signora era una Lucrezia e il giovanotto un Giuseppe; ma perchè il mondo era tristo, chiacchierone, pronto a giudicare: insomma, diceva tanto e tanto, che bisognava fare a modo suo, e la signora comprarsi la sua pace domestica usando una scortesia a quel tale che non piaceva al nobile De' Salvi.

—Adesso,—diceva costui alla marchesa Ginevra,—potete andar liberamente a ballare. È già un'ora che state qui, e quelle che sanno il debito loro sono già venute. Le altre che si fanno aspettare oltre il bisogno, debbono a loro volta aspettare che voi le salutiate. Se non conoscono le buone creanze, tanto peggio per loro.—

Poi, di tratto in tratto, andava nel salone di Flora a vedere il ballo; si accostava con un piglio di affettata dimestichezza a questa e a quella, dicendo all'una che non ballasse troppo, a cagione del suo stato (sapeva perfino queste cose, il nobile De' Salvi!), all'altra che non ballasse il __waltzer__, perchè le faceva girare il capo, e via discorrendo. Era insomma una molestia da non dirsi a parole.

In quanto alla Ginevra, che egli voleva ad ogni costo mandare a ballare, ella non gli dava retta, e non si muoveva dal suo posto. Ciò dispiaceva fortemente al gran ciamberlano. Perchè? Per la stessa ragione che consigliava all'Emma o alla Clarice di non ballare; perchè non voleva lasciare in pace nessuno. D'uomini cosiffattamente stucchevoli è abbondanza nel mondo, e noi ne conosciamo parecchi, senza punto saperci capacitare del perchè si sopportino.

Ora intanto che la marchesa Ginevra aspetta, e graziosamente accoglie i nuovi venuti, alzandosi per le donne e porgendo loro la mano, lasciando giungere gli uomini e dicendo cortesi parole ai noti amici che fanno atto di sudditanza e ai nuovi che le presenta il marchese Antoniotto; intanto che procaccia qualche conoscenza alle dame forestiere, o raccomanda questa o quella ai cavalieri più compiacenti che si butterebbero nel fuoco per obbedirla; andando a venendo insomma con una grazia da regina, noi ci proveremo a farvi questa benedetta dipintura della bellissima donna.

Enrico Pietrasanta aveva ragione: i capegli della marchesa Ginevra erano castagni, fini ed abbondanti, e, rischiarati in diverse guise dai riflessi della luce, componevano quasi un'aureola intorno ad un bel viso bianco perlato, alle carni stupende, senz'ombra di rosso o di giallo, senza soverchio di grassezza, che vincevano al raffronto la celebrata carnagione della Enrichetta Corani.

Si poteva dir quasi che di quelle chiome copiose ella non sapesse che farne, dacchè era costretta a serrarle in lunghe trecce, le quali, tuttochè ravvolte in giri molteplici, le scendevano pur sempre sul collo più giù che non comportasse la moda.

Ma questo non era poi un difetto, e ognuno, al vedere quell'ampio volume di capegli, avrebbe potuto argomentar di leggeri che se Domineddio ne avesse fatto copia ad Eva, la madre del genere umano non sarebbe andata a limosinare le foglie di un albero per coprirne la sua nudità vergognata. Si aggiungeva che quella necessaria acconciatura faceva portare alla marchesa Ginevra il capo mollemente chino: il quale atteggiamento, tra per l'alta statura e per la sciolta eleganza del collo, le conferiva maggior leggiadria.

Le ciocche al sommo del capo, lievemente increspate, si stendevano sulle tempia e si ripiegavano in due lisce staffe un po' sopra gli orecchi, senza coprire gran parte della fronte, dove spaziava l'arco maraviglioso delle sopracciglia, ombreggiando gli occhi verdi, grandi e dolcemente allungati, i quali, dando anche essi ragione al Pietrasanta, assumevano tutti i riflessi. Il naso, sottile senza dar nello smilzo, diritto e giustamente riciso, lasciava al tutto scoperto il labbro superiore, voluttuosamente rilevato, il quale sorridendo infossava leggiadramente le guance e faceva apparire per quel breve spiraglio due file di bianchissimi denti, che si potevano più acconciamente paragonare al candore della madreperla che a quello dell'avorio. Il mento ovale, severamente scolpito, significava saldezza di propositi, in rispondenza col diritto profilo della fronte.

Da quel mento e dagli orecchi, piccini ed aggraziati che parevano una miniatura, nè avevano voluto essere forati nè profanati dalla selvaggia costumanza dei ciondoli, scendiamo al collo svelto e tondeggiante, che portava tutto intorno disegnata quella ruga sottile, simbolico cinto della bellezza, di cui le nostri Veneri insuperbiscono più assai che di un vezzo di gemme. Gli omeri, non molto rilevati, scendevano dalle radici del collo con una curva delicata che dava alla persona un'aria di somma dolcezza, in contrasto col mento reciso e colla fronte diritta. Ma appunto da simili contrasti scaturisce l'armonia di una bellezza suprema.