—È vero! è vero!—gridarono gli ascoltatori, battendo delle mani.—Ma come vincere queste oche? Come entrare in Campidoglio?
—Attenti!—proseguì l'oratore.—L'esordio e l'esposizione sono finiti; ora vengo al buono. Avete voi mai pensato, o signori, all'utile che si può cavare dai segreti del prossimo?—
A questa improvvisa dimanda, gli undici rimasero silenziosi e turbati. Dopo una breve pausa, uno di loro che era il più giovine, si provò a dire che l'approfittarsi de' segreti altrui non era la più bella cosa del mondo.
—Verissimo,—ripigliò l'oratore, senza turbarsi punto,—ma intendiamoci bene, o signori; qui si tratta di segreti donneschi.
—Oh, la cosa cangia d'aspetto!—
E in questa sentenza del giovine convennero tutti gli altri. Si trattava di segreti donneschi, cose da nulla, come vede, graziosi peccati, e non c'era più nessun male a scrutarli; la moralità era largamente custodita. Però tutti quanti respirarono, come uomini che si fossero levati un peso dallo stomaco, e non badarono più ad altro fuorchè allo svolgimento della nuova teorica.
—__In primis et ante omnia__,—disse l'oratore,—e considerando che qui non si tratta di politica nè d'altri importanti negozi, voi potrete ammettere con me che il fine giustifica i mezzi.
—Lo ammettiamo….
—E poi, è certo ugualmente che non si vuol far male a nessuno. Noi non miriamo ad altro che a domare le creature ribelli, a diventar terribili, e metter fuori di sella gli scemi.
—Sì certo! Ma come?