Ora, se il tempo non stringesse, e le fila del dramma, fatte più numerose, non ci persuadessero della necessità di badare anzitutto a raccoglierle, vorremmo esporre ai lettori ciò che ha spigolato il padre Bonaventura intorno alla vita ed ai più riposti pensieri della bella Ginevra. La quale, a dir vero, quantunque sia tra le più spiccate figure del quadro, non ci ha ancora lasciato scorgere una parte del suo cuore, rimanendo per tutti enigmatica come la sfinge egiziana.

Ma questo si rechino in pace i lettori, condonando la passeggera molestia alle ineluttabili necessità del racconto. Una cosa già sanno; che l'entrata di Aloise dai Torre Vivaldi era un accorgimento del padre Bonaventura. Un'altra ne diremo loro: che il gesuita, aperto il volume decimonono delle Opere di Sant'Agostino, si pose diligentemente a notarvi il ricevimento del giovine, come gli era stato narrato dal marchese Antoniotto, aspettando che una lettera di Ginevra, alla viscontessa della Roche-Huart di Parigi, venisse a chiarirgli tutti i minuti particolari del felicissimo evento, ingrossando così la biografia dei Torre Vivaldi. Molt'altre ce n'erano già, debitamente trascritte, che la bella Ginevra andava scrivendo da sei anni alla sua amica di collegio, e che una mano misteriosa andava a sua volta ricopiando e rimandando a Genova, in quel medesimo palazzo dond'erano uscite.

Ginevra adunque, quell'anima chiusa, commetteva i suoi pensieri alla carta traditora? Sì veramente, questo era il punto debole di una armatura per tanti rispetti fortissima. Fin dai primi giorni del suo matrimonio, la bella vittima delle consuetudini aristocratiche e delle arti gesuitiche collegate, aveva per costume di svelare, di raccontar sè medesima alla compagna d'infanzia. Il cuore della gentildonna, stretto dalle leggi della fredda cerimonia, gelato dalle catene, a gran pezza più fredde, del talamo, si schiudeva alle ricordanze dell'amicizia lontana, prolungava nella vita adulta le libere e dolci confessioni della spensierata adolescenza. Ed erano lettere minuziose, delibazioni d'ogni cosa udita o veduta, scavazioni d'ogni più lieve affetto sentito, giudizi intorno alle costumanze della civil compagnia, donne ed uomini passati in rassegna; infine che vi diremo? debolezze umane considerate dall'alto, e considerate da un angelo; ma da un angelo il quale non si peritava di rasentarle col sommo delle piume e intingervisi un pochettino. Poichè, se la donna è un angelo, e tuttavia rimane in terra, bisogna dire che sia un angelo a cui qualche peccatuzzo faccia tarde le ali e impedisca il ritorno a casa.

E adesso, per farvela breve, lettori umanissimi, vi diremo che in quel carteggio della bella Ginevra si leggeva un nome, che, per essere quello di un uomo non mai avvicinatosi a lei, appariva troppo spesso ripetuto; il nome di Aloise Montalto.

Come ci fosse scritto, e perchè, sarà detto più oltre.

XXXI.

Nel quale si racconta dell'uomo vestito di nero e degli apprestamenti che fece per una giornata campale.

La mattina del 28 giugno, chi avesse potuto vedere il padre Bonaventura nel segreto della sua camera da studio, avrebbe durato fatica a riconoscerlo. Era vestito di nero, come sempre; mostrava le guance e il mento accuratamente rasi di quel giorno medesimo; non era insomma nè più bello, nè più brutto di quello che i nostri lettori sanno; ma ne' suoi occhi sfavillanti si leggeva qualcosa d'insolito, come la gioia di una vittoria ottenuta, o la speranza di riportarla tra poco. Il che, per gli uomini avvezzi a' grandi disegni, è tutt'uno.

Inoltre, il padre Bonaventura (cosa strana a vedersi, quando era nel suo studio) non leggeva, nè scriveva. Le opere di sant'Agostino non erano squadernate sullo scrittoio; la penna, povera vittima della sua feroce alacrità, si riposava un tratto nel calamaio, e forse andava col suo compagno di sventura facendo le meraviglie di questo non mai sperato giubileo che loro concedeva il padrone.

Questi, intanto, passeggiava concitato dall'una all'altra parete, o, per dire più veramente, dall'una all'altra scansìa, come un uomo a cui dolgano i nervi. Ad ogni tanto andava stropicciandosi forte le mani, poi le tornava a raccogliere dietro le spalle, senza punto smettere del suo passo breve e spedito, che lo costringeva a frequenti giravolte sui tacchi.