Il monarca di quello Stato su cui non tramontava mai il sole (come fu detto nello stile cortigiano del suo tempo) faceva intanto la più trista figura del mondo. Voleva parlare, e le sue parole erano soffocate dal tumulto popolare. Anche la prima donna era sgomentata, e agitava le braccia verso la platea, quasi chiedendo, in nome del rispetto dovuto al bel sesso, un po' di silenzio. Ma sì, altro che silenzio; la burrasca ingrossava.
—Vada via il re, e venga Barudda!
—Sì, Barudda e Pippía!
—Signori, mi avete già rotte le scatole,—rispose dai cieli del palcoscenico la voce dell'impresario.
—Le romperemo a te. Forte in gamba,—ribattè dalle prime panche della platea un'altra voce, che fece rizzar la testa al Bello;—le romperemo a te, se non ci dai Barudda e Pippía. Quelli sono amici che si può starli a sentire, perchè non hanno tante fisime, come il tuo re, che il diavolo lo porti.
—Guercio, un po' di pazienza!—disse il Forte in gamba, senza uscire dal suo nascondiglio.
—La pazienza l'hanno i frati!
—Bravo! e Barudda, che è frate nel monastero di San Giusto, ha la pazienza che manca a voi altri. Aspettate che la scena sia nel convento, e lo vedrete.
—Fatecelo vedere fin d'ora,—interruppe dal suo posto il Bello,—tanto da assicurarci che non l'avete messo in pegno per pagar le tasse.
—Sì, benissimo detto, fatecelo vedere!—