Così erano sbollite le ire d'Achille; così l'Alerami ebbe al cospetto della bionda contessa un pregio di più. Ma così va il mondo; si passa a buon mercato per valorosi e per gentiluomini. E il vero gentiluomo, il valoroso, passava, agli occhi di certo volgo eccellentissimo, per un dappoco, per uno screanzato, che non francava la spesa d'un colpo di pistola, o di spada.

Ma così non la pensavano tutti; chè per buona sorte il volgo eccellentissimo, se spesso promulga, non sempre fa accettar le sue leggi. Ventiquattr'ore dopo quel suo battibecco in casa Cisneri, il nostro Lorenzo, maravigliato di non avere anche veduto i padrini dell'Alerami, era andato su tutte le furie, e s'era aperto coll'Assereto e col Montalto, perchè volessero andargli a chiedere se egli, conte palatino, avesse gl'insulti per celie. Ma Giorgio Assereto avea crollato le spalle, chiedendogli se egli, Lorenzo Salvani, avesse dato il cervello a pigione; e Aloise di Montalto, fior di gentiluomo se altri fu mai, gli aveva soggiunto:

—Se quel conte apocrifo mandasse una disfida a voi, ed io avessi la fortuna di essere vostro padrino, comincerei da non averlo per degno avversario, e sfiderei per conto mio quei due gentiluomini che avessero ardito presentarsi come suoi mandatarii.—

E un'altra volta, a giugno inoltrato, nella affettuosa dimestichezza d'un fraterno colloquio, gli aveva parlato in tal guisa:

—Lorenzo, voi sapete come io vi apprezzi e vi ami. Non so d'uomini i quali possano starvi a paragone, e certo non ce ne sono, ai quali volessi chiedere consiglio od aiuto, siccome a voi. Questa confessione mi darà, spero, il diritto di dirvi una schietta parola, come la direi ad un fratello, come saprei dirla a me stesso.

—Oh parlate, Aloise!—aveva risposto Lorenzo.—Vi ascolto come si ascolta un fratello, come si ascolterebbe la voce della propria coscienza.

—Orbene, Lorenzo, io avevo saputo del vostro amore fin da' primi giorni ch'esso era nato, e fin da que' giorni mi dolse che foste caduto ne' lacci di una donna guasta dalle consuetudini d'una vita frivola e vana. Amavate, credevate, ed io tacqui. Che cosa avrebbe potuto allora la voce di un amico, e, quel che è peggio, di un amico recente? Ora voi stesso vi siete ricreduto; quella donna non amava voi, in quella medesima guisa che non ha amato e non amerà mai nessuno, salvo il piacere. Se costei non fosse ricca e gentildonna, qual nome e quale stato le si converrebbe? Ditelo voi. Or dunque, perchè vi accorate? Rimpiangete forse ch'ella medesima, generosa senza saperlo, vi abbia aperto gli occhi alla luce del vero?

—No, Aloise, v'ingannate; io non rimpiango l'amore di quella donna. Soffro…. ecco tutto! Soffro di esser caduto così stoltamente in errore, di aver commesso altrui così ciecamente il mio cuore. Torno ora in balìa di me stesso; ma basta egli forse? Voi non sapete quanti bei sogni si proseguono, amando; che castelli in aria si edificano; che dolci consuetudini si vagheggiano, e come l'animo confidente, quasi ringiovanito, si schiude agli aliti della nuova vita, e come paion nulla le molestie, le difficoltà d'ogni maniera, e come nasce, come si rinvigorisce il desiderio di adoperarsi in questa battaglia dell'esistenza. L'amore è un liquor generoso che ridesta e centuplica tutte le virtù dormenti o prostrate dell'uomo. E un bel dì, tutto crolla, tutto svanisce! Ma voi, rimanete, pur troppo, voi rimanete, logoro, impossente, disperato, in presenza del nulla. Credetemi, Aloise; da gran tempo infelice, ho imparato a leggere nel mio cuore. Non è l'amore di quella donna che io rimpiango ora; è il mio povero edifizio crollato, la mia speranza morta, la mia vita disutile.—

A render più doloroso lo stato di Lorenzo si aggiungeva che tutto era buio d'intorno a lui, che ogni via era chiusa alla sua operosità, che il turpe bisogno batteva alla porta. I lettori rammentano com'egli ponesse la sua ultima speranza nel dramma «__Una corona di spine__» scritto, stiamo per dire, col suo sangue, e come il Bonaldi gli avesse promesso, se gli andava a' versi, di pagarlo. Ecco ora la lettera che il Bonaldi gli scriveva da Brescia, venti giorni dopo l'invio del manoscritto:

«Egregio signore,