—Così presto?—chiese Lorenzo.

—O che, credete ch'io non sappia fare alla svelta, quando occorre? Son venuto in maniche di camicia, temendo che aveste già finito da un pezzo e vi annoiaste ad attendermi.

—No; appunto ora ho finito di scrivere.

—Tanto meglio. Venite dunque; metto la corazza, il sorcotto, e il cimiero, e sono ai vostri comandi.—

La corazza era il panciotto, come i lettori avranno già indovinato; il sorcotto era una attillata giacca di velluto; il cimiero un cappellino di paglia, fasciato d'una larga fettuccia nera, i cui capi pendevano svolazzanti fuor della tesa, ma non tanto da nascondere la discriminatura delle chiome, che scendeva diritta e sottile fino al basso della nuca.

Come si fu vestito di tutto punto, prese dalle mani del servitore la sua mazzetta di giunco indiano, col pomo d'argento, e il fazzoletto imbevuto d'acque odorose; quindi dalle mani dell'amico la lettera, che ripose accuratamente nel portafoglio, ed ambedue uscirono sulle scale.

Giù nel portico era già la carrozza ad attendere, col suo cocchiere gallonato a cassetta, collo staffiere allo smontatoio, e una coppia di cavalli rovani che scalpitavano, aspettando il segnale del loro automedonte.

—A rivederci, dunque, se non venite anche voi per un tratto di strada con me.

—No, debbo scendere verso Banchi; a rivederci, e grazie!

—Che! che! faccio un po' di moto. A stasera, Salvani.