Ritratto non ne faremo, perchè non si capisce mai niente in questa descrizione di bocche e di nasi, che è il forte di certi romanzieri; o piuttosto lo faremo a spizzico, quando ci venga in taglio di accennare a questi particolari. Era di capel bruno, di statura giusta, pallido, con due occhi affondati e grandi come quelli di sua madre. Aveva sempre sulla fronte una grand'aria di malinconia, diradata a tratti da pazzi impeti di allegrezza, così forti e così brevi, da non parere schietta espressione d'una gaia natura. Andava molto volentieri vestito di nero, e colle mani inguantate. Nel momento in cui lo troviamo, nella sua camera e solo, passeggiava in maniche di camicia, con le mani raccolte dietro le spalle, come usava Napoleone il grande, e come doveva esser costume di Alessandro Macedone, se è vero che tutti i grandi uomini si rassomigliano nelle piccole cose.
Uno zibaldone squadernato lo aspettava inutilmente sul tavolino che sapete. Egli già da un'ora andava misurando i sei metri di lunghezza della sua camera; e chi sa quanto avrebbe passeggiato ancora a quel modo, se un leggero batter di nocche sull'uscio non gli avesse rotto il filo delle meditazioni, e se, mentre egli alzava la fronte, l'uscio, che era appena socchiuso, non si fosse aperto tanto da lasciar passare nel vano la più bella testa che Iddio avesse mai posta sugli òmeri di una donna; una di quelle belle teste genovesi, ritratte con tanto amore dai pennelli del Vandyck, piene di vita e di leggiadria, dagli occhi sereni, che promettevano di diventar languidi un giorno, se già non erano a mezzo, per l'ombreggiamento delle lunghe ciglia. Il collo era forse d'una linea troppo lungo, per un sottile ricercatore del bello assoluto; ma il bello relativo ci aveva il conto suo, per dare un ragionevol sostegno ad una abbondanza prodigiosa di capelli neri e lucenti, che la fanciulla stentava ogni mattina a chiudere nel minore spazio possibile.
—Lorenzo,—diss'ella con un bel suono di voce argentina,—cercano di voi.
—Di me?—chiese il giovine, trasognato.—E chi mai?
Per intendere la maraviglia di Lorenzo bisognerà sapere ch'egli non riceveva nessuno. Amici ne aveva pochissimi, piuttosto conoscenti che amici; e se gli occorreva di accennare il numero del suo uscio di strada, non era certamente con aria d'invito. Non usava dimestichezza colla gente, e non ne lasciava prendere; a molti aveva reso servizio, senza chiederne mai a sua volta. Però gli era venuta la fama di carattere chiuso, solitario, ed anche un tantino ombroso; tranne i saluti di necessità, e le fermate di convenienza, non s'indugiava egli con la gente, nè la gente inclinava a trattenerlo per via.
Soltanto l'Assereto, un antico suo compagno di scuola, aveva il privilegio di andare attorno con lui; e allora a vederli erano passeggiate lunghissime, in città, e fuori le porte. Ma i due amici si vedevano di rado. L'Assereto era un giovinotto così affaccendato nella piazza de' Banchi; Lorenzo Salvani, dal canto suo, viveva così immerso ne' suoi studi, che l'amicizia, l'intrinsichezza loro passava quasi inosservata; e il nostro Salvani restava sempre, nel concetto dei giovani, il solitario e l'ombroso di prima.
Lorenzo aveva chiesto adunque chi fosse il nuovo e inaspettato visitatore.
—Un signore,—rispose la fanciulla,—che dice di essere vostro amico. Michele non ha saputo ridirmene il nome; lo ha fatto passare nel salottino, ed io sono venuta ad avvertirvene.
—Grazie, buona Maria!—E lo sguardo del giovine si fece tutto amorevole, per accompagnare quelle tre parole. Così nella voce, come negli occhi, era una espressione ineffabile di tenerezza quasi paterna.
Mentre egli s'era voltato per indossare il soprabito, si sentì sfiorare il volto da qualche cosa, che, descritta in aria la sua curva, venne a cadergli da' piedi. Era un mazzolino di viole mammole, ch'egli si chinò prontamente a raccogliere. Rivòltosi da capo verso l'uscio, Lorenzo Salvani vide ancora la testa di Maria, che lo guardava e rideva.