Erano le quattro dopo il meriggio, e quella benedetta conversazione non era anche finita. I quattro tocchi della campana si fecero udire in mezzo ad una di quelle tali pause che si riscontrano nel dialogo più vivo, come una radura che lascia veder l'orizzonte, nel fitto di una boscaglia.

—Dio mio! le quattro!—esclamò la contessa.—Si dimentica il tempo in vostra compagnia, signor Salvani; e veramente mi duole di non avervi ancora parlato di quella tal faccenda per la quale vi avevo pregato di venire da me. Oggi intanto non sarebbe più tempo. Venite domani?

—Se così vi aggrada,—rispose Lorenzo sollecito.

—E se così aggrada a voi,—soggiunse la contessa.

—Oh, di questo potete esser certa, signora. Non si parte da casa vostra senza portar via qualche cosa….

—Qualche cosa?

—Eh, sicuro; il desiderio di ritornarvi.

—Se è così, tanto meglio; portatene via molto, signor Salvani; io non me ne lagnerò certamente.—

Il nostro Lorenzo se ne tornò a casa col cervello scombussolato, senza pensare, senza intendere cosa alcuna, ma leggiero, leggiero come un uomo felice. I tristi pensieri lo assalsero dopo l'arco dell'Acquasola, quando fu per discendere in città. Gli risovvenne allora della sua vita senza speranza, della povertà che lo stringeva ai lati, cose tutte che egli sentiva doppiamente acerbe, poichè egli aveva veduto la donna da cui gli sarebbe stato dolce l'essere amato.

IX.