—Il pentimento! Che è ciò? a che serve, se non reca un conforto a chi per cagion vostra ha tanto patito?
—Che dite amico mio?—balbettò la marchesa, cercando, in quello stesso nome affettuoso, uno scampo.
—Dico, Lilla, che ho troppo sofferto, e che voi dovete esser mia.—
Un alito di fuoco sfiorò il capo di Lilla, a quelle parole, sommessamente profferite, e la povera donna ne fu sbigottita.
—I vostri voti….—accennò ella timidamente.
—I miei voti!—ripetè Bonaventura, la cui voce s'era fatta pari al sordo brontolio del tuono lontano.—I miei voti…. pronunciati per cagion vostra, per dimostrarvi che senza l'amore di Lilla il mondo non era nulla per me!… Io ho vissuto giorni d'angoscia ineffabile, patito tormenti, al cui paragone ogni tortura è nulla…. Che mi parlate di voti? Il mio cuore non li ha pronunziati; il mio cuore non ha accettato alcun vincolo oltre quello che lo stringeva a voi, e che stringerà pur voi, foss'anche a vostro mal grado!—
Come chi soggiaccia alle visioni d'un sogno pauroso, e, quasi sapendo di sognare, si sforzi con moto istintivo a liberarsi dalle strette dell'incubo, la marchesa di Priamar tentò sottrarsi a quella foga crescente del suo assalitore, e in uno sforzo supremo balzando in piedi, corse al lato opposto del ridotto, dove rimase, ritta, ansante e lo sguardo smarrito.
—Padre,—diss'ella con voce tremante,—non posso udirvi più a lungo.—
Bonaventura era rimasto fermo al suo posto, chiuso, accigliato, come il simulacro del destino.
—Mutiamo discorso;—rispose egli, asciutto.