L'amicizia dell'Assereto e del Giuliani aveva procacciato a Lorenzo e ad Aloise, involti ambedue nelle trame dei neri, l'alleanza dei Templarii. Tutti quei rossi, d'ogni levatura e d'ogni ceto, avevano fatto causa comune; ma il carico delle operazioni molteplici, l'ardua malleveria del combattimento, strategìa, tattica, logistica, stato maggiore, armi dotte, tutto perfino l'intendenza militare, era sulle spalle d'un solo. Il marchese di Montalto, dopo aver detto agli amici quello che aveva risaputo a caso dai Torre Vivaldi intorno alla nuova ospite del monastero di San Silvestro, era stato tratto dai suoi fati sulle orme della marchesa Ginevra; l'aveva seguita da Genova a Parigi, da Parigi a Vienna, a Monaco, in Isvizzera, stazioni tutte d'un viaggio che lo conduceva speditamente in rovina. Questo è come dire ai lettori che l'innamorato Aloise non era un aiuto pe' suoi alleati, e, già presso al naufragio, doveva aver bisogno di aiuto egli stesso. L'Assereto aveva già fatto abbastanza, mettendo ogni cosa in mano ai Templarii; del resto, costretto a guadagnarsi il pane in piazza de' Banchi e sulle calate del porto, poco poteva aiutare gli amici, e rade volte andare alla Montalda, per salutare il Salvani. Nè questi, pel negozio della congiura, poteva muoversi dal suo nascondiglio; lo avesse anche potuto e voluto, la sua infermità non glielo avrebbe più consentito. C'era il Pietrasanta, l'allegro, lo spensierato Pietrasanta, che non s'era mosso da Genova, vogliam dire dai dintorni, poichè la Giulia Monterosso era in villeggiatura; ma che poteva far egli? Volevano i suoi cavalli? Li avrebbe anche fatti crepare, per comodo loro. C'era da dar la scalata al convento? L'impresa, quantunque gravissima, non gli avrebbe fatto paura. Occorreva denaro? Ne avrebbe dato, s'intende nella misura della sua borsa e del suo credito presso la nobilissima classe degli strozzini. Altro aiuto non c'era a sperare da lui; e ben lo intendeva il Giuliani, rimasto solo a far disegni di guerra, quasi solo a mandarli ad effetto, poichè non aveva altri con sè, tranne Michele, suo fidato scudiero.

Ma egli non si sgomentò, il nostro Giuliani: insieme colla malleveria gli crebbe l'ardimento. Domandava consiglio ai notturni colleghi, ma solo quando aveva cominciato a fare, e allora otteneva facilmente quella dispensa che in istile forense è detta sanatoria, e __bill__ d'indennità in istile parlamentare. La sua prima invenzione, dopo quella felicissima impresa col Bello, fece crollar mestamente il capo a Lorenzo, quando egli ne fu ragguagliato, come quella che pareva impossibile, ed anco se fosse stata possibile, menava assai per le lunghe. Ma le vie lunghe sono spesso le più brevi; e l'esito aveva dato ragione al Giuliani. Il suo scudiero, posto fin dagli ultimi giorni di luglio all'assedio, penetrava ai primi di settembre nella piazza, e non visto vi piantava lo stendardo della lega.

Questa vittoria ne chiamò un'altra assai presto. I lettori rammentano come Michele celebrasse il suo giorno onomastico, origliando dal buco d'una toppa il colloquio di Bonaventura col suo degno discepolo. Per tal modo il Giuliani veniva in chiaro dei disegni dell'inimico, un'ora dopo ch'erano stati fatti, e fin da quel punto aveva scorto il bisogno di avvisar la fanciulla della nuova trama che si ordiva contro di lei. Fin dagli ultimi giorni di giugno ella era stata chiusa, in veste di postulante, nel monastero di San Silvestro; ma il postulato durava sei mesi; c'erano adunque ancora tre mesi di tempo, innanzi che ella riuscisse alle strette del noviziato. Di ciò bastava avvisarla; tenesse fermo, non si smarrisse d'animo fino al segno d'accettare la monacazione come un rifugio da quelle orribili nozze che le apprestava il gesuita; fingesse di accettare la profferta; intanto sapesse che non era abbandonata, che Lorenzo e gli amici suoi vigilavano, l'avrebbero ad ogni costo salvata. E questo prometteva il Giuliani con asseveranza; perchè, ove pure altri spedienti gli avessero fallito, egli si sarebbe appigliato all'__ultima ratio__ della stampa, divolgando l'iniquo tentativo, facendo insomma uno scandalo, che avesse costretto la giustizia a mostrarsi degna del suo nome, aprendo alla fanciulla le porte del carcere.

Ma innanzi di metter mano agl'ingegni, il nostro Templario volle indettarsi con Lorenzo Salvani. Quel nuovo tiro di Bonaventura gli parve tale da non lasciarlo ignorare neanche lo spazio d'un giorno all'amico; epperò, non potendo più correre quella medesima sera alla Montalda, fece disegno di andarvi la mattina vegnente. Intanto, memore del detto d'Apelle: __nulla dies sine linea__, non lasciò passar quella sera senza provvedimenti. Fin da quando avea saputo esser la fanciulla nel monastero di San Silvestro, egli s'era industriato a scoprire chi fossero i laici che per ragion d'uffizio entravano colassù, e munito di quelle notizie, avea posto subito gli occhi addosso al gobbo legnaiuolo. Il giorno susseguente. Michele, sotto colore di certi lavori che voleva allogargli, entrava in dimestichezza con mastro Pasquale; una settimana dopo erano già amici, andavano d'accordo come le chiavi e il materozzolo; Michele passava tutti i giorni un'oretta in bottega di Pasquale; la sera, poi, andavano dal tavernaio a far la partita a tarocchi; Michele perdeva spesso, guadagnava di rado; non beveva quasi mai; ma pagava sempre egli il conto; e Pasquale n'aveva abbastanza. Or dunque, in quella medesima sera, il Giuliani ordinò a Michele che tastasse il suo uomo; occorrendo gli promettesse denari a larga mano, ed anco ne snocciolasse, per averlo più arrendevole. Ma non ci fu bisogno di tanto; Pasquale si dispose a fargli servizio, dicendogli che della ricompensa avrebbero parlato a loro agio più tardi.

Questa lieta notizia aveva avuta il Giuliani prima d'andarsene a letto, e la mattina seguente poteva recarla, insieme coll'altre, all'amico Salvani.

Erano già suonate le dieci, quando egli giunse al palazzotto dei Montalto. Affacciatosi appena sul piazzale, che, come i lettori rammentano, era partito ad aiuole di giardino, e dava il suo quotidiano tributo di fiori alla tomba della marchesa, gli venne veduto il vecchio Antonio, intento, secondo il suo costume, a far qualche cosa, per non istarsene colle mani alla cintola. Fattosi allora innanzi, gli chiese del suo amico Salvani e del marchese di Montalto, ch'egli aveva lasciato lassù, l'ultima volta che c'era stato per salutare l'infermo. Aloise era partito da sei giorni, gli rispondeva il vecchio servitore; Lorenzo, uscito di convalescenza, aveva ripigliate le sue consuetudini, ed era per l'appunto da due ore andato a fare la sua passeggiata pei greppi.

—Andrò dunque a rintracciarlo lassù;—disse il Giuliani, nell'atto di tornarsene fuori.

—Non vuol fare colazione prima di andare?—gli chiese Antonio, che conosceva il suo debito di cerimoniere.

—Più tardi, più tardi;—rispose il Giuliani.—Non ho ancora appetito.

—Vuole che l'accompagni?