—Disgraziato!—esclamò il duca. E non ne disse altro.

Intanto il Giuliani, ripigliato il filo del racconto, venne alle cose sapute dal servo Michele. In quel colloquio che il damo della signora Marianna aveva origliato dalla toppa, il gesuita ed il Collini s'erano aperti del tutto. Bonaventura si faceva forte dell'aiuto della marchesa Lilla perchè Maria accettasse la mano del suo discepolo, se non voleva chiudersi in un monastero per sempre. E qui il duca di Feira vide la necessità di sgominare il disegno presso la marchesa medesima, innanzi di far capo a quell'__ultima ratio__ dello scandalo, che teneva in serbo il Giuliani.

Più grave, e meno rimediabile, era il caso di Aloise. Stretto dai creditori, aveva già dovuto vendere due case, che gli fruttavano la sua modesta agiatezza. Ma quel sacrifizio non era bastato; c'erano fuori altre cambiali per una somma ragguardevole, e le aveva in mano il Collini. Ora, quelle cambiali erano false.

Com'era ciò avvenuto? Il nome di Aloise c'era scritto, accanto ad un altro rispettabile nome; ma quel nome, pur troppo, non era vergato di pugno del suo legittimo possessore. Questo aveva notato con aria di trionfo il Collini, e si capiva che egli, mostrandosi vittima innocente dell'inganno, non avrebbe tralasciato di metter la cosa in mano alla vindice giustizia, quando, all'avvicinarsi della scadenza, avesse riconosciuto che quelle cambiali odoravano di truffa. Intanto lo sapeva egli già, egli che aveva tesa la rete, e per mezzo de' suoi fidati trattovi dentro il mal cauto nemico. E intanto il nonno era già in chiaro d'ogni cosa; gli era stato accortamente dimostrato come Aloise facesse assegnamento sulla sua eredità, e come, mandato allegramente in malora il fatto suo, facesse a fidanza colla morte del nonno. E il vecchio Vitali era andato su tutte le furie; aveva fatto un testamento in cui diseredava il nipote, nominando suo vero ed universale erede il Gallegos.

Quelle ultime notizie turbavano fortemente il duca di Feira. Per fortuna mancavano ancora parecchi giorni alla scadenza delle cambiali; egli era in tempo a scompigliar le fila della congiura. Ringraziò il Giuliani d'avergli palesato ogni cosa; lo ringraziò per fino de' suoi sospetti, perchè da essi era venuto il colloquio.

—A me la cura di tutto!—diss'egli.—Domani sarò di ritorno a Genova, dove la mia gente mi crede partito per un viaggio di venti giorni in Toscana. Mi conoscevate di veduta; saprete dove abito; domani a sera v'aspetto.—

Il Giuliani era fuori di sè per la contentezza, e poco mancò che non si mettesse a batter le palme, come un fanciullo per gioia improvvisa.

—Finalmente,—gridò,—ecco un uomo a cui cedere il comando di questa difficile impresa! Signor duca, io vi consegno il mio bastone di maresciallo.—

Così era finito quel dialogo, che pareva da principio promettere assai poco di buono. Il Giuliani se ne tornò a Genova, dove il colpo di mastro Pasquale ebbe, il giorno dopo, quell'esito che i lettori già sanno.

E adesso è noto altresì perchè il Giuliani fosse così contento de' fatti suoi, e parlasse del futuro con tanta sicurezza, mentre usciva col suo aiutante Michele dalla bottega del gobbo legnaiuolo.