—È in casa la marchesa?—dimandò Aloise, entrando nell'anticamera.
—No, illustrissimo, e nemmeno Sua Eccellenza il padrone. Sono partiti, or fanno due ore, per alla volta di Quinto.—
Aloise ebbe al cuore un'orribile scossa.
—O come?—chiese egli turbato:—Così all'improvviso?
—Sì, illustrissimo; ier sera è avvenuta una disgrazia. È morto qui sopra un casigliano di Sua Eccellenza; la cosa ha fatto senso al padrone, e la signora marchesa ha voluto andarsene questa mattina per tempo, per levarlo di qua. Son rimasto io nel palazzo, per dar sesto ad alcune faccende.—
Il cuore di Aloise si riempì d'amarezza. Partita! E il consiglio è venuto da lei!
Contenendosi a stento, trasse di tasca il taccuino; ne cavò un biglietto di visita; gli fece, secondo l'usanza, un orecchio nell'angolo, e lo diede, insieme col rotolo di musica al servitore, perchè fosse consegnato alla marchesa Ginevra.
—È il fato che lo vuole!—esclamò, discendendo per la seconda volta le scale, e questa volta da senno.
Un'ora dopo, Aloise partiva per la Montalda. Il cielo gli parve buio; la città era orbata di Ginevra, della sua unica luce.
La carrozza, che lo aspettava al portone della sua casa, era scoperta. Egli fece chiudere i mantici, poichè fortunatamente era un landò, e vi si rannicchiò dentro, tutto tremante di freddo, sebbene uno splendido sole riscaldasse l'aria come in un giorno di estate.