«Ma già, a conti fatti, si rassomigliano tutti; ben veduti e considerati, non valgono il sacrifizio della pace del cuore, de' nostri allegri ed innocenti trionfi, della bella serenità dei nostri passatempi, nei quali essi non hanno, nè debbono avere altro ufficio che quello di comparse, come per farci il contorno….»
XXXII.
Veteris vestigia flammae.
Aloise non lesse più oltre; richiuse il libro, si rannicchiò rabbrividendo contro la scranna, e si fece scorrere lentamente le palme sugli occhi, come chi si desti a mala pena, e tenti cacciare le immagini tuttavia presenti d'un orrido sogno.
Il duca di Feira si avvicinò.
—Orbene, figliuol mio;—diss'egli con accento di tenerezza paterna,—avete letto?
Aloise sollevò la fronte a guardarlo. Il povero giovine era come istupidito dal dolore, e durò fatica a riaversi. Scosse il capo più volte, trasse a stento un sospiro dal petto, e stese finalmente la mano all'amico, in quella che le sue labbra mormoravano un grazie, in cui parve mettere il fil di vita che ancora gli rimaneva.
—Vivrete?—gli domandò il duca, stringendo quella mano tra le sue.
—No;—rispose il giovine, a cui la dimanda svegliò un subito incendio nel sangue;—ora, più che mai, sono deliberato di finirla.
—Per una donna che non vi ama!—notò, crollando mestamente il capo, il vecchio gentiluomo.