«Il primo giorno della mia villeggiatura, vado a salutare la Corte d'amore della marchesa Tullia, e quella tavola di lavagna che sai. Sull'orlo di quella tenera lastra di pietra che cosa trovo? Inciso il mio nome, __Ginevra__. Tutto ciò mi dà molto da fantasticare. Chi è stato? Vo a squadernare l'albo dei visitatori della villa. Son tutti nomi di Francesi, di Tedeschi, d'Inglesi, e di persone ignote. Ma l'incisore del mio nome, dico tra me, ha da essere uno del nostro ceto, e che mi conosca per bene. Ora io non so raccapezzarmi tra i nomi scritti nell'albo; due soli mi tengono dubbiosa, due nomi strani, due nomi d'antichi trovatori, Goffredo Rudel e Percivalle Doria. Piglio lingua dal giardiniere. Il brav'uomo si ricorda della venuta di due gran signori, giovani ambedue; l'uno pallido, biondo e svelto della persona, taciturno e infermiccio in apparenza; l'altro di capel bruno, spigliato nei modi, chiacchierino e sempre in moto. Sono certamente costoro che hanno lasciato quei due nomi nell'albo; il giardiniere ha notato che s'era negli ultimi giorni di febbraio, e sulla pagina c'è appunto scritta la data di quel mese. Essi visitarono la villa per ogni verso; ma, il biondo, che pareva stanco, non era andato più oltre della prateria, e, mentre il compagno scendeva nella grotta, era andato a sedersi presso la tavola di lavagna. Ci siamo, ho detto tra me; l'ignoto incisore è il giovine biondo.

«Ma ciò non bastava ancora; ho cavato le parole di bocca al Pietrasanta, l'amico inseparabile del Montalto, e lì, tra mille chiacchiere sbadatamente fatte, ho potuto sapere che egli era stato, in un tempo non molto lontano, a visitare la nostra villa. Non ho chiesto di più, per non metterlo in sospetto; ma il mio dubbio s'è fatto certezza; il tenue filo della mia logica mi ha guidato a questa scoperta: Aloise di Montalto aveva un segreto, e questo segreto lo ha confidato ad una tavola di lavagna, credendola muta. Ma oramai non parlano anche le tavole?

«Scriva a suo talento, il signorino: cada egli pure ed affoghi nella consuetudine di tutti gli uomini suoi pari. Ahimè, mia bellissima! non ci sono creature perfette quaggiù; salvo te, s'intende, salvo la prediletta, la lontana dagli occhi, ma non dal cuore di Ginevra.»

Di questa lettera, come dell'altre scritte prima e poi alla viscontessa di Roche Huart, come, a farla breve, di tutto ciò che pensasse la bella Ginevra, nulla poteva sapere Aloise. Però, argomenti il lettore come rimanesse sgomentito a quella improvvisa dimanda della marchesa, intorno ai due trovatori. Un fulmine, caduto a ciel sereno, non lo avrebbe scosso più forte. Per un tratto rimase muto; e fu ventura che altri parecchi gli fossero compagni, ai quali la domanda era rivolta come a lui; se no, impacciato come un pulcino nella stoppa, non avrebbe trovato niente da dire, e, quel che è peggio, il rossore lo avrebbe tradito.

Primo a rompere il silenzio fu il Cigàla, che rispose candidamente di non conoscere que' due personaggi. Il piccolo Riario fece una ugual confessione; altri due si strinsero nelle spalle; perfino il De' Carli tartagliò le sue quattro parole di scusa. Il Pietrasanta stette duro, come se la cosa non lo risguardasse punto, e se la cavò mandando una languida occhiata alla marchesa Giulia, che si fece tutta rossa nel volto. Ma i lettori non facciano sospetti temerarii; la marchesa arrossiva facilmente, perchè a ciò la traeva il suo color naturale.

Restava Aloise; ma, in quella che gli altri parlavano, il nostro giovine s'era fatto un cuor da leone. Non si diventa prodi, se non guardando in faccia il pericolo. Cotesto occorre in battaglia, e molti che leggono ne avranno fatto sperimento in sè stessi. Chinar la testa una volta al sibilar delle palle, conduce a chinarla per sempre; mettersi al riparo dietro un ciglione, persuade a non trarne più fuori la testa; e l'occasione, che potrebbe fare dell'uomo un eroe, la occasione se ne va, lasciando il soldato nella sua codarda postura.

Aloise aveva veduto il suo segreto scoperto; ma, tocco sul vivo, aveva pure considerata in un batter d'occhio la sua condizione disagiata, e fatto il proposito di uscirne. Però, a mala pena ebbe il marchese Onofrio tartagliate le sue scuse, volse lo sguardo animoso a Ginevra, e le disse:

—Orbene, se gli amici non la sanno, vedrò di raccontarvela io; ma quella soltanto di Goffredo Rudel, che l'altra del Doria non l'ho presente ora.

—Ci contenteremo di quella;—rispose Ginevra.

—Incomincio, dunque; ma badate, signora, che è
lunga.