Almeno, a breve conforto tra tanti affannosi pensieri, avesse avuto fede nella rivolta! Ma non l'aveva, e le ore che passò con Giorgio Assereto, innanzi di recarsi al suo posto di combattimento, non fecero altro che scorarlo di più. L'amico Assereto, come sanno i lettori, che lo conoscono un tratto pe' suoi ragionamenti con Lorenzo sul terrazzo della salita di San Francesco d'Albaro, era un pessimista. Ora, i pessimisti, di cento ne indovinano novantanove. Un proverbio dice: «pensa la peggio e l'indovinerai» e i proverbi, ha detto un grand'uomo, sono la sapienza dei popoli.
Il nostro pessimista, adunque, non si riprometteva nulla di buono da quella rivolta, generosa ma pazza. Imperocchè, diceva egli, non ci avevano mano tutte le classi sociali, nè una intieramente; che pure sarebbe stata fortuna. La forma costituzionale appariva a troppi una guarentigia di libertà cittadine, una promessa d'indipendenza nazionale, segnatamente alla gran moltitudine degli svogliati e dei timidi. I pochi volenterosi erano poi tali ad opere, come apparivano a ciance? Chi ti assicura (incalzava l'Assereto) che tutti i tuoi uomini saranno al posto loro? Questa congiura che avete ordita, più la volto e la rivolto, meno la scorgo efficace. Hai giurato? Va; ma bada a' piedi, che non incespichi. Trabocchelli ce ne saranno di molti per via, ma più ancora disinganni!
Così turbato dalla sua ragione e sconfortato dalle argomentazioni dell'amico, andava Lorenzo al suo posto di combattimento, in una viuzza del sestiere di Prè, alle otto di sera del 29 di giugno.
Qui verrebbe a taglio un po' di storia dei casi del 29 di giugno, i quali, che noi sappiamo, non furono mai partitamente narrati. Ma oltre che ciò condurrebbe noi fuor de' confini assegnati al genere del nostro racconto, quel tentativo, per metà venuto fuori, per metà rimasto nel limbo delle buone intenzioni, si mostra irto di grandi e diremmo quasi insuperabili difficoltà.
Agevolmente si racconta la storia degli eventi fortunati; qui i materiali abbondano, essendoci gloria per tutti, e lo storico non ha altra molestia che quella di variare in cento guise la forma delle lodi e di adagiarle in ordinati periodi. Meno agevole torna il narrare gli eventi sfortunati, laddove tutti gli attori del dramma mirano a scagionarsi di questo o di quel fatto che condusse a male il negozio, e non si sa sempre cui credere; ognuno volendo cavarsi d'impaccio col rovesciar la broda sugli altri, si riesce il più delle volte ingiusti. Difficilissimo poi, per non dire impossibile addirittura, narrar casi non interamente avvenuti, dove il fatto riescirebbe sovente a schiarimento del non fatto, e questo a sua volta di quello, e dove, mancando il sostegno delle autentiche relazioni, occorrerebbe inventare di pianta.
Non scriveremo adunque un capitolo di storia, chè tanto e tanto le nostre lettrici torcerebbero la bocca, e noi avremmo punizione, non premio, di una ingrata fatica. In quella vece, e per quel tanto che possa giovare alla chiarezza del nostro racconto, faremo di stringere molte cose in brevi parole.
Da chi venisse il disegno non è ben noto. I più, fidandosi alla consuetudine di siffatti rivolgimenti, lo ascrivono a Giuseppe Mazzini, padre dimostrato d'ogni moto rivoluzionario che dal 1833 al 1857 nascesse in Italia. Uomini che furono testimoni e parte nei casi del 29 giugno, ci asseriscono in quella vece che il disegno nacque tra le classi artigiane della nostra città, e l'illustre agitatore ne fu fatto consapevole solamente più tardi, quando non parve più tempo da indugi. Comunque ciò sia, certo si è che il Mazzini fu in Genova, e che soltanto dopo la sua prima venuta, la quale precedette di alcuni mesi il tentativo, fu posto mano alla costituzione d'un comitato segreto, mezzo di artigiani e mezzo di cittadini di altre classi, il quale raccogliesse denaro, armi ed uomini, e in ogni miglior modo provvedesse al buon esito dell'impresa.
Questa, poi, doveva esser cominciata simultaneamente in più luoghi della penisola, a Genova, a Livorno, a Napoli, e fors'anco altrove. In Genova aveva da venire il Mazzini in persona, e venne diffatti. In Livorno, i volenterosi di quella città dovevano pigliarsi il carico d'ogni cosa, e pareva bastassero. In Napoli dicevasi esser gli animi disposti ad ogni sbaraglio; tutto quel reame essere quasi una polveriera; ma occorrere una scintilla di fuori che andasse a mettervi il fuoco.
E la scintilla partì da Genova, il giorno 25 di giugno. Un drappello di animosi, la più parte fuorusciti napoletani, s'imbarcano sul __Cagliari__, vapore della società Rubattino che scioglie dal nostro porto alla volta di Cagliari e Tunisi. In alto mare s'impadroniscono del legno, e scambio di toccar la Sardegna, voltano la prua sull'isola di Ponza, nelle acque napoletane; liberano con audacissimo colpo i condannati politici che laggiù teneva custoditi il Borbone, e vanno quindi a sbarcare sul lido di Sapri, nel golfo di Policastro; dove non trovano quel che si ripromettevano nel generoso rapimento del loro amor patrio; dove la piccola falange è combattuta, dispersa, e il prode suo capitano Carlo Pisacane, suggella col proprio sangue una delle più belle pagine del martirologio italiano.
Diamo ora un'occhiata a Livorno. Anche colà aveva a cominciar la rivolta. E diffatti nel pomeriggio del 30 di giugno, cittadini armati la rompono in tre luoghi della città, cioè a dire sulla piazza del Voltone, alla Pina d'oro, e nelle vie San Giovanni e Reale. Lo sforzo maggiore è sulla piazza del Voltone, dove è la gran guardia del presidio; ma gli animosi non superano i duecento, e sono respinti. La zuffa è impegnata; si combatte per le vie, si fa fuoco dalle finestre delle case circonvicine. Miglior esito ha un assalto del popolo contro un altro corpo di guardia; intanto molti gendarmi che percorrono la città sono finiti a stilettate; ma il primo colpo, e il più rilevante è fallito; il presidio, rafforzato in tempo, mette gran nerbo di soldatesche sulla piazza del Voltone: gli sbocchi delle vie sono poderosamente occupati. Due colpi di cannone dànno il segnale di chiudere le porte e di impedire anche l'uscita dalla parte del mare. E la carneficina incomincia: quanti cittadini durano a combattere, quanti sono colti nelle case coll'armi alla mano o in atto di resistenza, tanti son trascinati sulla via e moschettati senza misericordia. La è giustizia sommaria, nè per condannare il prigione occorrono prove. A mezzanotte il governatore Bargagli può scrivere al ministro Landucci in Firenze che «l'ordine è ristabilito» e sette ore dopo, nella mattina del 1^o luglio, il general Ferrari da Grado mandare all'eccellentissimo personaggio anzidetto un nuovo telegramma nel quale si dice:—Qui tutto è tranquillo; la popolazione va pei fatti suoi.—Tuttavia, la vittoria era costata cara al governo granducale, che non ardì contare i suoi morti.