—Sentiamo dunque dove va il tuo denaro.
—Ecco, cinquanta centesimi tra assenzio e caffè…. Voi vedete che non è molto! poi, trenta centesimi di sigari, venti di giornali; tutto sommato, è una lira.
—E il pranzo, manigoldo? E la cena, e le male
spese?
—Ah! tutto ciò, padre mio, entra nel conto della notte. Io vi dicevo quello che spendo al giorno, e certo non troverete che sia molto.—
Buona pasta di giovani, quei Templarii! Si riscaldavano per una questione di politica, d'arte o di scienza, come tanti e tant'altri per far roba e quattrini; si ficcavano animosi in ogni ginepreto, col medesimo ardore che altri metterebbe a cavarsene. Non c'era forma, non delicatezza d'intelligenza, a cui fossero o volessero rimanersi stranieri; e tutto ciò senza sussiego, senza pedanteria, senza sforzo. In una città mercatante e affaccendata come la loro, essi erano gli ospiti cortesi, i cerimonieri, i ciceroni volenterosi, di quanti giungessero, artisti, letterati, giornalisti, scienziati d'altre parti d'Italia, anzi d'Europa a dirittura, per visitare la regina del Tirreno. Parecchi di questi signori confessarono ai Templarii, dinanzi a un piatto di dàtteri di mare, che avevano molto sbadigliato il mattino, in compagnia di certi incravattati e stecchiti arcifanfani. Qualche gran diplomatico, ristucco delle visite ufficiali e dei pranzi di gala, respirò liberamente in mezzo ai notturni cavalieri, e dichiarò ad alta voce, tra due sorsate di Barbèra (oh, indimenticabile Sir James Hudson!) che gli Italiani valevano assai più dei loro rispettivi governi.
E insieme con questi giramondi, quante lezioni improvvisate di storia, alle tre dopo la mezzanotte, sulla piazza di Sarzano, o sotto la torre del palazzo Ducale! Quanti aneddoti archeologici, quante cronache gentilizie, sul ponte di Carignano, sugli scalini della Malapaga, e giù per lo Stradone di Sant'Agostino! quante cicalate intorno all'architettura bisantina, araba e lombarda, sulla gradinata di San Lorenzo, e in groppa ai leoni del Rubatto!
Nè mancavano le pazzie, che anzi erano frequenti, e non sempre argute. Lo seppero i cartelloni tondi del teatro Carlo Felice, che spesso andarono a far bella mostra di sè, e ad annunziar la serata della Bendazzi, o della Pochini, in luogo della solita __Indulgenza plenaria__, ai divoti di Sant'Ambrogio. Lo seppero i carri della spazzatura, che più volte ruzzolarono, con grande frastuono, giù per la via Carlo Felice, portando in trionfo qualche Pollione, o qualche conte di Luna, costretto la sera di poi ad omettere la sua cavatina. Lo seppe troppe volte il portone della casa al numero 5 in via Carlo Felice, fatto a due battenti, i cui picchiotti, in forma di S, e girevoli, si incrocicchiavano con bel garbo l'uno sull'altro, per modo che le fantesche mattiniere non potevano più uscire di casa, se qualche pietoso viandante non si faceva a rimuover l'ostacolo.
Ne tralasciamo, per amore di brevità, molte e molte altre, che ai Templarii parevano belle invenzioni, ma non garbavano punto, come s'intenderà facilmente, ai cittadini che avevano necessità di dormire. Accenneremo soltanto, a mo' d'esempio, certe prediche strambe, piene zeppe di frasi senza costrutto, di testi latini citati a rovescio, che or l'uno or l'altro degli allegri compagnoni andava facendo all'uditorio, dall'alto del muricciuolo di piazza Giustiniani, facendosi mandare al diavolo da tutto il vicinato. La predica finiva, per solito, in un battibecco tra l'oratore e qualche pacifico cittadino, che si affacciava stizzito alla finestra, esponendo il suo berretto da notte alle omeriche risa della brigata. E guai al pacifico cittadino, se gli avveniva di gridare che la notte è fatta per dormire; perchè l'oratore era pronto a rispondergli coi sacri testi alla mano, che chi dorme non piglia pesci, che quello era tempo di far penitenza e non di starsene in panciolle, che bisognava vegliare e pregare per non essere indotti in tentazione, e via discorrendo.
Non erano belle cose certamente, ma bisogna condonarne qualcuna a una gioventù per tanti altri rispetti nobilmente operosa. Paragoniamo, verbigrazia, i Templarii con la società del Parafulmine, che già i lettori conoscono. Questa era il frutto di una educazione viziata, in mezzo a tempi di servitù politica, a esempi di abbiettezza morale; tristo era l'intendimento e malvagie le opere. I Templarii ci avevano i loro difettucci, come il sole ci ha le sue macchie, come il cielo più sereno ci ha le sue nubi; queste nubi, queste macchie, questi difettucci dei Templarii, non erano altro che sovrabbondanza di vita, impeto di giovanile baldanza. Erano scapati, ma generosi, ma buoni; la consuetudine dei loro ritrovi amichevoli, dove le donne erano proibite come le pistole corte, dove non si ammetteva che alcuno si lasciasse sopraffare dal vino, dove insomma non era nulla che potesse far degenerare in una stupida orgia il geniale simposio, era un continuo ricambio di pensieri, che allargava i cuori, che aguzzava gl'ingegni. Quell'assiduo stropicciamento scambievole d'arte, di letteratura, di scienza, di politica e di cavalleria, era, sotto apparenza di sollazzo, una palestra, una scuola pei congregati, un nobile esempio per tutti. In essi e con essi, sorse una generazione che poco tempo di poi aveva da rappresentare degnamente Genova, la mercatante, la marinara, nel risorgimento politico e intellettuale della nazione. E questo avvenne facilmente, naturalmente, sebbene i Templarii non mirassero in particolar modo a professioni di fede, e non si guastassero il sangue per dimostrare che la libertà, il progresso, eran ristretti in questo o in quel partito, incarnati in questo o in quell'uomo.
Combattevano per la verità; si commovevano per ogni cosa che lor paresse generosa e in tempi non ancora maturi per opere di maggior conto, tenevano acceso il fuoco sacro, custodivano il palladio, portavano nei loro cuori le speranze del futuro. Si venivano, intanto, esercitando in parziali combattimenti, rendendosi utili in isvariate occasioni, partecipando a parecchie di quelle coperte guerricciuole in cui si manifesta la vita di una città, rompendo talvolta le uova nel paniere ai grossi mestatori, dando qualche mazzata ai bricconi, e qualche botta di terza o di quarta ai prepotenti.