—Orbene,—ripigliò il Bello spazientito,—sono stato a letto.

—Baie!

—Se non lo crede, non so che farci. Dica Lei quel che ho fatto d'altro, che mi farà gran servizio a informarmene.

—No, non vi dirò nulla; aiuterò piuttosto la vostra memoria, che zoppica un tratto. Che cosa è avvenuto della fanciulla di casa Salvani?—

Il Bello (già i lettori l'hanno inteso) era da parecchi minuti sulle spine. Appena veduto in quella casa il Giuliani, aveva capito che c'era un pericolo per lui. Di qual sorte? Non poteva indovinarlo, ma lo sentiva imminente; paventava, senza saperne il perchè, e le sue risposte alle vaghe interrogazioni del Giuliani mostravano com'egli sapesse di viaggiare in territorio nemico. Quell'ultima domanda del giornalista era stata come lo smascherarsi d'una batteria; la prima palla gli era fischiata all'orecchio. Avrebbe voluto andar subito all'assalto; ma gli parve più prudente consiglio costringere il nemico a spiegar le sue forze.

—Di casa?…—domandò egli, come trasognato.

—Salvani;—ripetè l'altro;—non conoscete il
Salvani?

—Lo conosco, sicuro, perchè è uno dei nostri; ma non capisco che cosa
Ella abbia voluto dire.

—Ah no? proprio no? Ve ne avverto, Garasso, io so che lo sapete, ciò che v'ho chiesto; se non me lo dite, me l'avrò a male.

—Ella ha voglia di scherzare;—disse il Bello, guardandolo fisso.