— Ma che è, Benedicite? Che cosa sono quegli occhi stralunati, e quel viso smorto?

— Egli è, messer lo Conte.... — balbettò il vecchio — egli è.... ho calato il ponte.... cioè, l'avevo alzato e poi lo rinvenni calato.... Un pellegrino, che afferma giunger da Roma.... e mi pare che venga piuttosto da casa il diavolo....

— Potrebb'esser tutt'uno! — esclamò Ansaldo di Leuca.

— Sarà come voi dite, messere Ansaldo; ma io penso che questo forastiero del malanno... insomma, io so quel che mi dico....

— Sì, sì! — interruppe ridendo il conte Ugo, dopo aver fatto cenno degli occhi a Fiordaliso, il quale fu sollecito ad uscire da capo. — Ma voi avete a sapere eziandio, mastro Benedicite, che il nostro castello, anco a voler partecipare alle vostre superstizioni, non ha paura del diavolo. Qui c'è stato parecchi giorni il santissimo Bernardo di Chiaravalle, quando Roccamàla era convento del suo ordine, e la benedizione di un tanto uomo non basta ella a raffidarvi?

— Essa, con vostra licenza, messer lo Conte, non ha impedito....

— Ah, ah! vecchie storielle da raccontarsi quest'inverno accanto al fuoco. Ma dove lasciate voi, [pg!21] uomo di salda memoria, le benedizioni di due papi? Dove la visita del vescovo Gualberto? Macte animo, generose senex! vi dirò io, imitandovi; noi siamo armati di bolle, d'indulgenze e d'acqua santa, per ricevere anco una visita dello spirito maligno. Portae inferi... come dite voi, che io non lo ricordo più, il vostro latino?

Non praevalebunt, messer lo Conte; e così Dio v'ascolti! — soggiunse mastro Benedicite, che, vedendosi là, al cospetto del suo signore e di tanti allegri cavalieri, incominciava a stupirsi d'avere avuto paura.

— Ben venga il diavolo, se pure è egli che giunge! — disse Ansaldo di Leuca.

— Egli è alla perfine un cavaliero di alto legnaggio, sebbene caduto in disgrazia del più possente barone del mondo, — soggiunse Enrico Corradengo, — e noi ci terremo ad onore di averlo commensale.