Ma il pellegrino li lasciò a bocca asciutta ambedue, contentandosi a rispondere:
[pg!25] — Messere, a chiarirvi cotesto per bene, si vorrebbe una troppo lunga dissertazione.
— E voi sarete stanco; — entrò a dire il conte Ugo.
— Oh, non già, messer lo Conte! — rispose il pellegrino. — Vengo da Roma a piccole giornate, e non fo molta fatica. Oltre di che, il còmpito ch'io m'ho preso laggiù, mi ha consentito di giovarmi dell'opera di un ronzino; e Lutero, comunque non faccia gran mostra di membra, è un animale che sa il debito suo.
— Che nome! Lutero! — esclamò Enrico Corradengo.
— Un nome greco; — rispose il pellegrino — a Roma si studia molto il greco, oggidì.
— Gran città, quella Roma! non è egli vero, messer pellegrino?
— Sì, davvero, gran città; e chi non l'ha veduta, sia detto con vostra licenza, nobili messeri, non ha veduto nulla. E dire che di presente ella non è ancor giunta a quel tanto di grandezza che papa Leone X ha in mente!
— Leone X! — non potè rattenersi dallo interrompere mastro Benedicite. — O non è più papa Onorio IV?
— Ah! voi siete forte di cronologia, a quel che pare, mastro Benedicite! — rispose il pellegrino. — Onorio IV se ne è salito diritto al cielo, dove sta pregando per la conservazione di Santa Madre Chiesa e pel suo trionfo sui tristi che le fan guerra. Ora abbiamo pontefice il sant'uomo Leone X, munificentissimo principe, il quale dà opera a grandi e laudabili novità. Vedrete la basilica di San Pietro, quando sarà riedificata, e mi saprete dire s'ella non sarà [pg!26] divenuta la più gran meraviglia del mondo cattolico. —