[pg!34] — No, — soggiunse Corradengo — un nome greco.

— Greco, o saracino, — borbottò mastro Benedicite, — gli ha da essere sinonimo di Satanasso. —

Il pellegrino rispose con un altro dei suoi tetri sorrisi, e continuò cantando:

Spirto del dubbio, spirto che indaga,

Che viver sdegna contento al quia,

Nè di fallaci larve s'appaga,

E l'uom da' stolti sogni disvia.

Com'ei da sezzo giunto s'assise,

Lo vide il vecchio Sire e sorrise.

— Che vuoi Satanno? — Buon sire Iddio,

Un posto al vostro gaio banchetto!

Vostra fattura, padre, son io,

Sebben m'abbiate poi maledetto,

E qual maestro lasciato all'uomo

Dopo la biblica scena del pomo.

— Sì veramente, spirto malnato,

E aver ciò fatto mi seppe reo!

Ma non hai tutti pure ingannato....

Ti sfugge il giusto prence Idumeo....

— Ve' gran fatica! Voi lo volete....

Ma lo lasciate solo, e vedrete! —

— Sì, tenta! io tolgo da lui la mano....

Ma inver sovr'esso fai mala prova,

— Perchè? fors'egli fuor dell'umano,

Oltre la terra sue gioie trova?

Hollo a far tristo, buon sire Iddio,

O ch'io, Satanno, non son più io! —

Qui il pellegrino fece una sosta, che nessuno degli astanti volle turbare co' suoi ragionari, tanto erano ansiosi di udire la continuazione. E questa non si fece attender molto, poichè, dopo un altro arpeggio più cupo del primo, e con voce più stridula, il cantore di Aporèma venne alla seconda parte della ballata.

[pg!35]

Il vecchio di lassù tenne la fede,

Perchè sillaba sua non si cancella,

E l'uom felice in potestà gli diede.

Ratta sui vanni allor d'atra procella,

Scende sventura all'idumee pendici,

Strugge i campi, gli armenti e le castella.

Ve' subito oscurarsi i dì felici

Del prence, e ve' dalle dolenti case

Ad uno ad uno disparir gli amici!

Nè il vinse ciò, nè l'ira al cor süase.

Guardò la donna sua, baciolla, al core

Forte la strinse, e impavido rimase.

Ma passa ancora il nembo struggitore

E a lui, che nulla sembra aver sofferto,

Della salute inaridisce il fiore.

Già bellezza e vigor l'hanno deserto,

E tabe ria da cento piaghe stilla

Onde apparisce il corpo suo coverto.

Ve' donna innamorata! Amor vacilla.

Ve' cor cui l'uomo non mutevol creda!

Torse il piede ad un tempo e la pupilla.

Solo, ognor solo, parta il giorno o rieda,

Alla brina gelata, al sol cocente,

Solitario carcame a' vermi in preda!

Pur gli rimase il raggio della mente....

Ma udite qual ne fece uso sennato;

Maledisse all'Eterno, e irriverente

Gli domandò: «perchè m'hai tu creato?»

Giunto alla fine della seconda parte, la quale, anzi che un canto, fu una recitazione drammatica, accompagnata da rauchi suoni di corde, il pellegrino fece la seconda sosta.

La brigata non fiatava; ma il suo silenzio non era [pg!36] per fermo testimonianza di freddezza; chè ben dimostravano il contrario gli sguardi fisi e le labbra ansiosamente tese verso il cantore.

La imprecazione di Giobbe era stata resa con un accento da mettere i brividi, e più paurosa l'avea fatta il liuto, con un suo accompagnamento beffardo. Poco stante, il pellegrino, facendosi da capo alla cantilena delle prime strofe, ripigliò in questa guisa a cantare: