La sua commedia è in prosa, sebbene di tempi che oramai non si sa più scompagnare da un certo chè di poetico. Ma i latini avevano per la commedia un verso fatto a posta, che arieggiava la prosa; tanto che Cicerone istesso, orecchiante de' primi, non sapeva distinguerlo da questa. De' versi italiani, il martelliano sarebbe piaciuto all'autore; senonchè, gli parve troppo sdolcinato per una commedia di toga ciò che si attaglia ad una commedia di gala e di cipria. L'endecasillabo è troppo nobile; o dà un tuffo nel grave, o piglia un volo nel lirico; ad ogni modo, mirabilmente adatto alle cose patetiche, non riesce mai in commedia così spezzato, da dissimular la cadenza e il suo bazzicare co' tragici. La prosa è più spicciativa; e poi a sudar versi che sembrino prosa, che sugo?

Nè vi paiano troppo volgari i personaggi storici ch'egli ha posti in iscena. E' ci sono, per necessità del soggetto; ci sono, colla lor faccia di gente viva, non già colla pàtina che il tempo imprime sui bronzi antichi e sulle antiche pitture. Per venire alle corte, la festività un tantino plebea di Maccio Plauto ci è mostra dalle sue commedie e da quel poco che si conosce de' fatti suoi; per farci riviver Catone, le sue virtù e i suoi difetti, l'uomo intiero, visibile da tutti i lati, abbiamo i suoi libri, i detti memorabili e le testimonianze di gravissimi istorici. Il rigido moralista, simpatico ai posteri perfino nelle sue sfuriate, fu molto ascoltato a' suoi tempi, ma poco obbedito. Fu un bene od un male? Non è da disputarne qui; solo e' mi pare di poter dire che il valent'uomo esagerava alquanto la tesi. Progresso ce n'era prima di lui; doveva essercene con lui e dopo di lui. Egli è un uomo per molti rispetti esemplare, ma, quanto a novità, non sa sceverare il bene dal male. Egli stesso, che, giovine ancora, erasi nutrito di greca filosofia, egli stesso che avea condotto e fatto conoscere a Roma quel grande Ennio, con cui s'inizia, per le lettere latine, l'imitazione de' greci, non vuol vedere che nella civiltà greca è l'antidoto pe' suoi stessi veleni; odia il greco Epicuro, che snerva la fiera indole sabina, nè pensa al greco Zenone, le cui dottrine, sotto l'Impero, rialzeranno i caratteri inviliti, e se, pur troppo non potranno più dar norma al vivere, insegneranno almeno a morire. Ma basta; se no, volgo alla predica.

Lascio l'autore colle sue fisime, e aggiungo invece una parolina per me. Avrete notato la stretta osservanza dei tempi e costumi romani, nelle decorazioni, nel vestiario e in tutto l'altro che io ci ho messo del mio, perchè la commedia riuscisse proprio togata. Se più non si è fatto, non ne incolpate noi, ma le condizioni del Teatro italiano. Se Catone, verbigrazia, vi comparisse in un azione mimica, per distribuire il premio di virtù ad un centinaio di ballerine, e' ci avrebbe i suoi dodici littori, come la verità storica richiede, i quali anzi eseguirebbero un passo di mezzo carattere, coi fasci e le scuri. E le donne non verrebbero fuori per l'abolizione della legge Oppia che in numero d'ottanta, o novanta, senza contar le comparse. Ma non siamo nel caso, e la diversa fortuna del dramma e della pantomima era già notata ai tempi d'Orazio. Il male c'è; consoliamoci pensando che dura da diciotto secoli, e che durerà forse.... altri diciotto.


ATTO TERZO

La scena rappresenta un ampio colonnato d'ordine etrusco, sul Campidoglio, colla veduta di Roma nel fondo. Fuori del portico si vedono magistrati, apparitori e cittadini, che vanno e vengono. È giorno comiziale, e molto popolo si accalca lassù. — Di dentro è Erennio littore, che passeggia lentamente col suo fascio sulla spalla. Poco stante entra Catone dall'intercolonnio, colla toga a sghembo, di cui tenta ravviare i lembi sugli òmeri. — Erennio lo saluta, abbassando il fascio infino a terra.

SCENA PRIMA

Catone e Erennio

Catone