(segni di stupore in Catone. Nel fondo, dietro il colonnato, saranno apparse Fulvia ed Annia Luscina, e Plauto, che stanno intenti ad udire)
«Vana è la difesa del Console, quando egli tocca del merito della legge. Son forse le leggi così provvidamente ordinate, che più non s'abbia a mutarle? E non ve n'ha di tali, che il tempo ha reso inutili, o contrarie allo scopo? Questa legge non è delle prime e sacrosante di Romolo; nemmanco delle Dodici Tavole. È nuova, e fu fatta quando Roma, per la rotta di Canne, era minacciata dell'ultimo eccidio. I socii ribellati; non uomini per l'esercito; non ciurme alle navi; non denaro all'erario. La repubblica, per far soldati e marinai, comperava gli schiavi dai loro padroni, con promessa di pagarli a guerra finita. Tutti davano il proprio, dall'opulento senatore alla vedovella meschina. E già allora questa tua legge Oppia si mostrò vana cosa; imperocchè, dov'erano più le donne ornate d'oro e di porpora, quando tutti, uomini e donne senza eccezione, e per spontaneo moto e per legge, s'erano d'ogni cosa spogliati? E più vana apparisce ora; nè solamente vana, ma iniqua; imperocchè la repubblica è forte e noi non le diamo già più straordinario tributo di danaro, o di schiavi. E se tu, fiorendo la repubblica, custodisci gelosamente il tuo, perchè solo le donne vorresti tu escluse dal benefizio dei tempi?»
Catone
(con stupore sempre crescente)
Valerio!
Valerio
«Finisco. Noi uomini useremo porpora e toga intessuta a colori; toghe ricamate porteranno i nostri figliuoli; porpora ed oro i magistrati delle colonie e dei municipii; nella porpora si concederà alle famiglie di bruciare i lor morti; solo alle donne romane niente sarà consentito? Vedranno coperte d'oro e di porpora, trascorrere in cocchio, le mogli dei sudditi ed alleati latini; noi stessi risplendere di mille ornamenti nelle magistrature, nei trionfi, ne' sacerdozii; e con ciò, pensi tu, non vi sarà emulazione, nè invidia? No, tu non stabilisci che una nuova classe di schiavi; laddove noi vogliamo che la donna rifulga liberamente di tutte quelle grazie, che la fanno per noi il più caro dono de' cieli. E se tu nieghi loro gli attributi del loro sesso; che non concedi loro per contro gli uffici del nostro? che non le armi, non le spartisci in legioni e non le conduci in Ispagna con te?...»
Catone
(fuori di sè per lo stupore e lo sdegno)