—Una vera Giunone!—esclamò il classico Vigna. Non è vero, Ariberti? —Ti ricordi che l'abbiamo veduta parecchie volte e lungamente —ammirata dal basso della platea, dove stiamo noi, miseri mortali, a —contemplare l'Olimpo?
—Si… mi pare…—farfugliò Ariberti impacciato.
—Come, mi pare? Se non potevi mai spiccar gli occhi dal suo palchetto! Povera a lei se, dove giungevano gli occhi, fossero arrivati i denti! Tu le avresti levato i pezzi a dirittura.
—Ah ah! bravo, Ariberti! Non saresti mica un cannibale?
—Non date retta; sono invenzioni di Vigna.—
E così dicendo, Nicolino Ariberti dava all'amico imprudente certe occhiate feroci, che mal per lui se avessero avuto la virtù di quelle di Medusa.
—Eh bien, vous vous troublez, jeune homme?—entrò a dire il Candioli piantando la sua lente.—Ma foi, non avreste avuto torto; la marchesa è un morceau de roi.
—Sicuro; non l'ho detto io che è Giunone?—soggiunse il Vigna.—Con quelle sue braccia e quel collo d'alabastro, con quel naso d'imperatrice e quei grandi occhi bovini, non c'è altro paragone che tenga.
—E se la vedeste poi da vicino!—proseguì il contino, alzando la fronte, come se volesse far cadere da una maggiore altezza i tesori delle sue cognizioni.—C'est dans san boudoir qu'elle est reine.
—Fortunato Lei, signor conte,—disse il Vigna—che può godere di quella vicinanza e respirare l'ambrosia della dea.