Egli dunque aveva ancora tre giorni buoni da aspettare, quando Nicolino Ariberti si inerpicò sulla vetta del piccolo Sinai. Filippo stava seduto presso la finestra, con un trattato d'osteologia tra le mani, per studiarvi la interna struttura di questo bel mobile che è l'uomo. Sul davanzale aveva un quaderno, nel quale veniva man mano facendo le sue annotazioni, compendio e ricordo di ciò che leggeva. Ho già detto che i libri non erano suoi. Del resto, quegli appunti quotidiani erano un ottimo espediente per fissar meglio in capo le cose lette, e all'uopo per rinfrescar la memoria.
Ariberti fece un'entrata chiassosa, anzi una vera irruzione, in quel nuovo domicilio dell'amico. Per fermo il nostro Nicolino mirava a far dimenticare il suo tradimento di quella mattina. Ma Filippo, o non ci aveva badato più che tanto, o era magnanimo d'indole e perdonava cosiffatte debolezze agli amici; fatto sta che accolse il nuovo venuto con un sorriso, quantunque gli capitasse ad un'ora un po' incomoda e lo distogliesse dal suo osservatorio.
—Ma sai che si sta bene qui?—gridò l'Ariberti, dopo aver abbracciato con uno sguardo la camera, dal pavimento al soffitto.
—Sì, ne sono abbastanza contento.
—E, come dunque hai potuto dire alla signora Paolina che rimpiangevi il tuo vecchio canile della via Argentieri? Già, capisco; lo avrai fatto per politica…. per complimento….
—No, ti giuro;—disse Filippo arrossendo;—sulle prime la mi piaceva poco.
—Ed ora….
—Ora mi ci sono avvezzato.
—Avvezzato? Oh, oh! Tu ne parli come faresti d'una prigione. Vediamo un po' la inferriata. Non ce n'è; tu sei libero, padrone padronissimo di allungare il collo fuori del tuo abbaino, a contemplare gli amori dei gatti. Ah, ecco un paese di cristiani! Una corte spaziosa, con scuderia! Ci abita della gente per la quale. Bene, bene, Tu mi diventi un aristocratico, Filippo.
—Vieni; ti fo vedere i miei libri;—entrò a dire quell'altro, cercando di tirarlo via dalla finestra.