Filippo Bertone diede un'occhiata malinconica al chiodo da cui pendeva il suo venerando giubbone; indi un'occhiata al cielo, come se volesse fare un'offerta a Dio di quel suo capo di vestiario.
—-Ma sai,—diss'egli poscia, sviando modestamente il discorso,—che tu mi sembri un nuovo Don Giovanni Tenorio! Se la va di questo passo, giungerai presto alle mille e tre.
—No, questa è proprio l'ultima;—esclamò l'Ariberti con accento di convinzione profonda;—oramai lo sento, non amerò più altra donna. Figurati, amico mio, una vera Giunone.
—Ah, questa volta abbiamo dato la scalata all'Olimpo.—Conosci
Giove?—sei forse entrato nelle sue grazie?
—No, lo conosco appena, e forse non lo conosco nemmeno. Potrebbe esser lui e non esserlo. Ce ne vedevo tanti, nel palchetto.
—Ho capito; l'Olimpo era a teatro;—notò Filippo, con quel suo fare malizioso ed ingenuo.—E poi, finita la stagione teatrale…
—Ne è cominciata un'altra ad un teatro di prosa. I teatri di Torino io li ho girati tutti, e qualche volta tre in una sera, per veder di trovare la mia bella Giunone. In queste corse a teatro c'è tutta la mia storia di cinque o sei mesi. Poi è venuto il mese di studiare, per prepararmi all'esame; poi le vacanze… ed ora… ed ora capirai che mi sapeva mill'anni di rivedere Torino.
—Per correre sotto le finestre della signora… Giunone.
—Non so dove abita.
—Bravo! Sei molto avanti.