—Spero;—rispose l'Ariberti;—chi sa che non le cadano sott'occhio? Fo conto di stamparli. Si sta fondando in Torino un giornale letterario, artistico, e scientifico, e capirai…

—Ah, bene! E chi ci scrive?

—Io, come puoi figurarti; ma io sono l'ultimo degli ultimi. Ti dirò dunque i nomi degli altri; Ferrero, Vigna, Balestra, il conte Candioli.

—Candioli! Quello sciocco?—non potè trattenersi dallo esclamare
Filippo.—E di che cosa scriverà mai, il signor figlio di suo padre?

—Note di viaggi, ricordi parigini…

—Perdinci! E con quel po' di italiano che lo ha fatto passare in proverbio fra tutti gli studenti di rettorica del Piemonte?

—Hai ragione;—disse l'Ariberti ridendo;—ma il conte Candioli scriverà a dirittura in francese.

—Eh, in questo caso,—notò Filippo, chinando la testa—non dico più altro. Temo soltanto una nota diplomatica del governo francese. Ma via, il signor padre è ministro; ci penserà lui.

—Senti;—soggiunse poco dopo l'Ariberti, che era in un momento di tenerezza per Filippo Bertone;—vuoi scriverci anche tu?

—Io? Che cosa potrei scrivere io?