—Gatto indemoniato!—disse Giacomo, mentre deponeva il suo fardello sul ciglio dell'aiuola.—Se non fosse perchè distrugge i topi… Già, con licenza di Vossignoria, gatti e donne, diceva mio padre, buon'anima, nemici necessarii.
—O come, tutti a mazzo? chiese Laurenti, ridendo.
—Perchè no? Così gli uni, come le altre, debbono stare in casa; ma gli uni amano far le scappate sui tetti, e le altre….. volesse Iddio che ci andassero! In quella vece, amano andare attorno, con tanto di crinolino, e orecchini d'oro, e fanno gettare i quattrini a palate.
—Siete ammogliato, forse?
—No, per la grazia di Dio. Non nego d'essere stato lì una volta per pigliarla pur io; ma la donna ci ha avuto più giudizio di me, e n'ha sposato un altro. Baie, in fin dei conti; o dove diamine sono andato a parare?
—E chi ha cura delle vostre robe, e chi vi ammanisce il desinare?
—Che! o non ci ho le mani, io? Un po' d'acqua in pentola, poi un pizzico di sale, e il suo bravo spicchio di manzo a bollire, fino a che non sia cotto, o che il Grigio non me l'abbia cavato fuori, come fa qualche volta. Oh, non ha paura lui che la pentola scotti.
—Gli è proprio un gatto terribile, questo Grigio?
—Sicuro, ed io l'avrei già fatto correre di buone gambe, se egli non fosse il cucco, il beniamino, della signora Tonna.
Quella signora Tonna fu come una stilettata nel cuore di Laurenti. Tonna! Aspettava un nome leggiadro, e si udiva dir Tonna. Non già che, se la signora della palazzina si fosse chiamata Tonna, ei non l'avrebbe amata del pari; forse quel nome, portato da lei, sarebbe diventato anche bello. Ma per la prima volta, così alla sprovveduta, sentirsi a dire: la signora Tonna!