Salvo tre o quattro, giunti a fatica sui greppi del Parnaso librario, nè tutti con meritata autorità di nome, ogni scrittore ha da industriarsi colle sue mani, farla da autore, da editore e da spacciatore della sua mercatanzia, E chi è poi, di questi tapini, che rompe le porte Scee ed introduce il suo cavallo di legno, carico di volumi, nella città non sua?

Per chi ha fisso il chiodo di scrivere, e di stampare dopo di aver scritto, non rimane che la propria. E qui non c'è nemmanco da cantar vittoria. La città nella quale si vive, alla quale si dimanda il sussidio di quattrocento lettori, vuol essere, rispettivamente al libro, spartita in tre classi. V'hanno coloro che comprano; amici e conoscenti, i quali, come non pretendono che l'orologiaio regali loro un oriuolo, nè il mercatante un sacco di grano, così non pretendono che l'autore faccia loro un presente di quel libro che egli ha già dovuto pagare al tipografo; ottimi cittadini che vedono il nome dell'amico sulle cantonate e si ricordano di passare dal libraio (che intanto la è tutta strada) per pagare un cortese tributo all'amor delle lettere. V'hanno coloro che leggono, e lodano lo scritto, o la buona intenzione dello scritto, ma pigliano il libro ad imprestito. V'hanno finalmente coloro che lo scherniscono, senza averlo comprato, nè letto. Ora dimando io, come ha da cavarsela il povero autore, in un simile stato di cose?

Noi italiani, quanti siamo a saper leggere e scrivere, non ci adoperiamo punto, per fare un po' di strada al libro italiano. La stampa periodica non reputa ufficio suo prestarsi a quest'opera di grande utilità, e molto per colpa sua (lo si lasci dire a me, laureato in questa magra disciplina), gli scrittori intisichiscono coi loro libri nelle rispettive cerchie di mura. Per contro, la stampa sullodata aiuta, e grandemente, a far comperare da tutti il libro forastiero. L'annunzio facilmente accolto, la volubile loquacità del novelliere parigino, la notizia bella e fatta, che non c'è altra fatica a pigliarla, fuor che un colpo di forbici, finalmente l'andazzo, la necessità di mostrarsi al fatto d'ogni novità letteraria che sia strombettata tre mesi a tutti i trentasei venti della bussola, fanno sì che il libro francese sdruccioli alla lesta da noi, aspettato, ammirato, salutato, come una nave che dopo una lunga fatica di mastri d'ascia e calafati, finalmente abbandona il cantiere, per tuffarsi nel suo elemento.

Nè io mi lagnerei di cotesto, se cogli italiani si adoperasse del pari. Ma di questi, o per noncuranza, o per deliberato proposito, si tace. Gran mercè quando s'è amici: imperocchè il giornale tira giù quattro righe, ma senza ombra di pensamento, senza lume di critica, così alla dozzinale, come si va scodellando la minestra ai poveri sulla porta dei conventi: ed allora, la è grazia profumata. Donde avviene che ogni lettore italiano sa il nome, non pure dei quattro o cinque luminari della scienza_ _e dell'arte forastiera, ma eziandio delle costellazioni minori, e financo delle nebulose; ma nulla, o quasi, degli autori nostrani, e il milanese non ha notizia del napoletano, nè il fiorentino del torinese. Quel po' di notorietà che si spande, dopo lungo anfanare, tra letterati, è un semenzaio di pettegolezzi, una società di mutua denigrazione.

Io quasi vorrei proporre ai giornalisti e scrittori italiani un congresso, per sciogliere inter pocula questi problemi: a che giova la proprietà letteraria, se il libro non val nulla? che vuol dire che facciamo sempre la pappa altrui, e alle cose nostre non provvediamo? se il libro è una buona cosa, come arte e come industria, come decoro letterario e come fonte di guadagno per molta gente, perchè non aiutiamo ad arricchire il paese? e se non lo è, perchè ci lagniamo della scarsità dei buoni studi tra noi?

A tali distrette è la letteratura italiana! E se non facciamo ancora uno sciopero (che forse sarebbe il meglio, e nessun compratore della nostra derrata se ne recherebbe più che tanto) rimanghiamo tuttavia i più gran scioperati del mondo, e quando lavoriamo, c'è nell'opera nostra la svogliatezza di chi lavora senza mercede; non c'è ordine, non comunanza di propositi, non cospirazione di intendimenti. Siamo una dozzina di scuole, che tutte si adoperano alla spartita, che tutte cominciano dal loro abbicì, e non riescono a capolavori.

E avanti così, poichè così vuole la nostra fiacchezza. Uno si ferma disanimato a mezza strada, e ripiglia l'avvocatura; l'altro s'agguata ad una cattedra, contento di marcirvi; un altro muore d'inedia. Povera arte, povera scienza, fino a tanto che nessuno si capaciti della necessità d'un rimedio…..

Ella ora, gentile amico, condoni la tantaféra, ed ami il suo

Di Genova, il 26 maggio 1867._

ANTON GIULIO BARRILI.