—Ah! se la è così, mi duole della Roccanera, che non capisce queste cose.
—Ella? O che vuoi che le ne importi? Tu che studi quel corpo celeste (e non si può negare che lo sia) hai forse trovato che abbia una densità centrale da potersi mettere in conto? In quel corpicino snello, il cuore non c'è che come un centro ai canali del sangue, ma non pretendere che faccia altro. Quelle, amico mio, sono donne incaricate da Dio dell'alta e bassa giustizia in materia di amore. Fanno pagare a certi uomini, in sospiri, angoscie d'ogni maniera, e talfiata anco in colpi di pistola alle tempie, i dolori, le angoscie, che essi hanno cagionato a lor volta. Laonde io penso che siano necessarie nella economia sociale, come tanti altri malanni, imperocchè, senza di loro, non ci sarebbe più giustizia in questo mondo per le donne tradite.
—Sono sconfitto, Laurenti; dò un calcio alla ideologia e mi metto a studiare di scienze naturali. Del resto, io non ho mai pensato che madonna fosse diversa da quella che tu la dipingi, e per giungere a cotesto non ho avuto mestieri di studiarla. In quanto a lui, fa la sua strada. Dieci anni di amore, dei quali bisogna contarne quattro di catena, gli hanno fatto sentire il bisogno di scuotere il giogo. Egli ha fatto come una delle tue crisalidi, dopo una troppo lunga dimora nel bozzolo.
—Egli è un tristo!—interruppe Laurenti.
—Un tristo? e perchè? qui posso darti lezione io, Laurenti. Questa che tu biasimi, è la natura dell'uomo, come della crisalide.
—Lo credi? Sarà: ma, dato il caso, a me pare di non essere di questa specie di animali.
La conversazione tirava al serio; Laurenti s'era fatto buio come un'imposta chiusa. Stava per cominciare il terz'atto dell'opera, e l'amico mi porse la mano, a mo' di commiato.
—Te ne vai?
—Sì, me ne vado.
—Aspettami, vengo anch'io.