«Cotesto pel cuore. Per ciò che riguarda la mente, è conforto grandissimo, e gaudio dell'intelletto che riverbera su tutta l'esistenza, studiare, indagare il vero in ogni ragione di cose, diventar lucidi come il prisma, poter come esso rifrangere la luce più pura, e scomporla in sette colori.
«Ah, noi donne siamo pur disgraziate! Nessun lavoro di educazione, nessuna voce amica ci chiama a queste regioni dove saremmo tanto più felici quanto più ci sentiremmo nobili. In quella vece ci si rinchiude nella cerchia dei mezzi conforti della mente, dei mezzi gaudii del cuore, nè certo i più eletti, e poi ci si comanda di vivere!
«Infine, che vi dirò? Voi mi avete disvelata a me stessa; io mi sento, per opera vostra, rivivere, e voglio vincere, se fia possibile, il male, che uscito dallo spirito, mi regna ancora nel sangue. Fate voi; la vostra scienza mi aiuti.
«Come vi ricompenserò? Voi non badate a mercede. Appena vi ho scorto, v'ho inteso amico sincero, e pietoso a me per comunanza di affanni. Voi avete molto patito, ma, forte per natura, armato di ingegno e di virtù, vi siete sollevato di per voi nelle più alte regioni, dove non giungono i grossi vapori della materia, e operate il bene per la necessità dell'animo vostro. Che cosa potrei io profferirvi? E che cosa avrei io da profferirvi, che già non abbiate, vo' dire la contentezza interna, il sorriso sereno della vostra coscienza?
«Addio! L'orologio suona le nove, e mi sento spossata. Vo a letto, e dormirò tranquilla, aspettando che questa lettera vi giunga domani per tempo. Voi siete mattiniero, e la leggerete mentre io dormirò, forse sognando di essere risanata da voi. Addio, dunque vi aspetto.
«LUISA».
XVII.
Vi aspetto! Luisa aveva proprio scritto così; cionondimeno Laurenti si fermò un'ora a pensare su quella lettera dopo averla letta tre volte. Due opposti sentimenti combattevano l'anima del taumaturgo, nel considerare che egli faceva il suo miracolo; la gioia dell'artefice che vedeva per opera propria, mercè una divinazione spontanea, rinascere a vita quella povera morente, e il dolore di scorgere com'ella lo avesse inteso a puntino.
Il poter vivere senza l'amore, era la cosa che la signora Argellani avesse meglio capito tra tutte le massime del giovine; era la dottrina che ella aveva fatta sua, midollo delle sue ossa, globulo del suo sangue. Egli è infatti dimostrato da lunga esperienza che un concetto comune, facile e piano, difficilmente trionfa, come quello che non fa profonda impressione; laddove il paradosso ha maggiore efficacia, e gli è appunto per via di paradossi che il mondo cammina. Ma che cos'è alla perfine il paradosso? Un'idea contraria a quella che si ha comunemente per vera; donde non consegue che possa chiarirsi assurda. Buona nella sostanza, ella si fa stimolante per la forma; ora le ròzze che tirano il carro del progresso hanno davvero bisogno di stimolo.
Un paradosso di questa fatta era appunto la massima di Laurenti che si potesse vivere senza l'amore. Concetto giusto fino ad un certo segno, come tanti altri che si presentano sotto la forma: «si può vivere senza questo,» alla qual forma il popolo, che grossamente ma direttamente ragiona, usa sempre rispondere: «ma con questo si vive meglio.»