Non c'era da guardar nulla, in quel ritratto, almeno cent'anni più giovane del suo originale. Veduto il nome di Mastino II, che era scritto a lettere gialle nel fondo del quadro, secondo il costume del quattrocento, il più giovane dei due viaggiatori si volse all'altro, e sorrise ammiccando, come se volesse prendersi spasso di lui.

—È proprio così? Non si ritorna indietro?—gli chiese quell'altro, con un piglio malinconico che faceva un bizzarro contrasto con la sua florida cera.

Il giovine aggrottò le ciglia in atto di chi non vuol sentire osservazioni ed è lì lì per escire dai gangheri.

—Zio, te l'ho detto; o fai a modo mio, o mando giù un veleno. Bada a te, di qui non si sfugge.

—Ma vedete un po'!—disse quell'altro, salutato col nome di zio.—Son dilemmi da farsi?

—Eh, sicuramente; quando si ha a fare con un ostinato come te!… Al polo, no; all'equatore nemmeno….

—Ma era un'impresa da matti!—esclamò il povero uomo.

—Non esciamo dunque di strada;—ribattè il giovine, crollando la testa con un piglio d'autorità consapevole;—eccoci a casa nostra, nel convento dei matti.—

Con quel biondo cherubino non si poteva vincerla nè impattarla. Lo zio fece come Giacobbe nella sua pugna con l'angelo; si diede per vinto ed alzò gli occhi al cielo, in atto di offerta e di rassegnazione, ma non senza aver data una sbirciatina malinconica all'occhiello del soprabito, che sarebbe rimasto vergine del brigidino commendatorio. E sospirò, tra un'occhiata e l'altra.

L'uscio del parlatorio si aperse e fratel Giocondo annunziò la venuta del priore. Lo zio, ricordandosi d'essere stato capitano della guardia nazionale, assunse un'aria dignitosa, se non a dirittura marziale. Il nepote scosse leggiadramente la sua zazzerina bionda, compose le labbra ad un sorrisetto malizioso e volse gli occhi all'entrata, per ricevere la prima impressione.